Arturo Farinelli.
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LORD BYRON.
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1921. R. Caddeo e C., MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it
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LORD BYRON.
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AL SUO CARO E GENEROSO AMICO 
JOHN ELIAS SPINGARN.
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Quando Lord Byron venne a morte, tra le mille voci di rimpianto che si sollevarono qua e l per il mondo, si ud pur quella del massimo poeta de' tempi, vegliardo fatto incerto ancora sugli ultimi destini e le esperienze che accordava al suo Faust - "La stella pi fulgida di un secolo di poesia  tramontata" -. Spariva d'un tratto, e nell'anima restava lo stupore e lo sbigottimento. Quel ribelle, pieno di foga e di tumulto, se l'era stretto al cuore il poeta, tutto saggezza e divina calma e armonia; per un decennio l'aveva seguto in ogni tappa; e perdonava, infinitamente pi generoso per lui che per altri, l'eterna inquietudine e turbolenza, l'ipocondria insanabile, la vita dissipata e il tormento inflitto all'arte. Restava nel Lord, altero e eccentrico, non so che di primitivo e di barbaro, una natura sempre fuori del comune, l'audacia, la spavalderia, la grandezza ("Grandiositt"). Sulle turbe spiccava una personalit vera e possente, quella personalit, in cui il Goethe vedeva il suggello del divino. Non lo potevano comprendere i filistei e i pedanti; lui, Goethe, doveva ammirarlo e compatirlo ad un tempo; e avvertiva il traviare e delirare inevitabile di tutti i giudizi sulla poesia byroniana, straziata e scissa, dominata dalla passione, e non mai sollevata sulla sua torbida marea; pensava al suo proprio "Sturm und Drang", all'ardenza sua di giovent, che ritrovava nel poeta britannico. Il suo passato era sommerso, e sembrava rivivere nello spirito del compagno, lanciato a tutte le tempeste della vita.
Appunto questa natura "straordinaria", avvertita dal Goethe, e la passionalit eccessiva, l'attitudine eroica, destavano l'ammirazione nei contemporanei. I pi equilibrati s'inchinavano al poeta squilibratissimo. Veramente, pareva che nulla di mediocre fosse in lui, e vincesse di statura i pi grandi acclamati; le stranezze si ritennero meravigliose virt; le violenze, audacia vera. Al fascino fatale di una poesia, tutta teatralit e foga declamatoria, apparsa tutta fiamma di sentimento e calore e vigore dell'immaginazione, pochissimi sapevano sottrarsi. Alle alture sue, dove posava solitario e cupo, chi mai poteva accedere? Una arcana forza era in quella poesia, di cui era follia volersi dar ragione; e si credeva risolvesse i misteri pi profondi, e premesse nella mente i pensieri pi gravi. Spontaneamente, lo Shelley confessava di trovare nel geniale amico una "poetical power", maggiore di quella concessa a lui per natura; celebrava come immortali i frammenti del Don Giovanni; vedeva sincerit e robustezza, dove noi, certo pi gelidi nel giudizio, deploriamo la pompa e l'artifizio, quella robustezza, "the excellence of sincerity and strength", che pur vantava lo Swinburne. Possente la poesia, pi possente l'uomo che la gettava da s; "l'uomo soverchiava sempre l'artista", diceva di Lord Byron il Mazzini; "l'anima sua fu delle migliori che mai scendessero sulla terra". Cos venivano man mano trasfigurandosi, sublimandosi, nel concetto dell'eroe vero, le sembianze del poeta idolatrato; e lo Shelley, che poteva testimoniare di tante dissolutezze e frenesie, diceva del Byron, nel '21, ch'egli diventava ormai "a virtuous man".
I tempi portavano ad una esaltazione e passione fatale per il fosco poeta, che insorgeva, schiaffeggiando il mondo, maledicendo la vita e gli umani destini. Sappiamo gli spasimi, le tristezze, le irrequietudini e turbolenze dei romantici; e anche fuori della cerchia loro, ovunque era sfogo d'arte e di poesia, ritrovi il tormento delle anime sensibili, quel bisogno di trarre sospiri e lamenti, di avere in cuore una passione grande e cocente, la volutt del dolore, il desiderio di un continuo stridere di procelle, la smania di accarezzarsi infelici e tristi, di gridare al mondo l'irrimediabilit della propria sventura, e la poca piet, la corruttela e nefandezza degli uomini, quel fuggire la calma, per pascersi del dubbio e dello strazio, e trovarsi soli, incompresi, quell'abbandonarsi al cupo, all'orrido, schivi di ogni serenit di cielo, paurosi di ogni armonia e pacatezza dell'anima, il cullarsi nel vago e nell'indeterminato, e il fare di tutto mistero e un grande enigma, un regno di tenebre e di ombre. Le malattie dello spirito erano care e ricercate, e dovevano coltivarsi con amorosa cura, perch non scemassero o illanguidissero. L'eroe byroniano non sentenziava da folle: "The best of life is but intoxication".
Ai soliloqui dell'anima, perpetuamente agitata e triste, bisognava rispondesse una natura, piena pur essa di tumulto e di mistero: un mare in fremiti, dirupi e antri selvaggi, foreste urlanti al vento, torrenti che precipitano, il ghiaccio delle vette pi alte. Le grandi solitudini si popolano, e mormorano al mormorare e imprecare dell'uomo e al suo chiassoso espandersi e declamare. Si fugge dal silenzio e dal raccoglimento intimo, per abbandonarsi a tutti i fremiti del cuore, a tutte le tempeste scatenate. Quella passionalit, ruggente e indomabile, aveva l'aria di gran forza, di una energia spirituale insolita, riconosciuta anche da un delicatissimo poeta come il Grillparzer, che chiamava Lord Byron il vero "poeta del sentimento", araldo de' tempi nuovi. Al fondo dell'anima dei pi tormentati e scissi restava cert'acredine, lo spasimo del dubbio, l'amarezza del disinganno. Le blandizie e soavit del canto irritavano; occorreva una Musa forte e selvaggia, una lira che vibrasse gli accordi pi disperati. La violenza byroniana era ritenuta grandezza dal Guerrazzi; il Niagara, le Alpi, i Vulcani, le tempeste che infuriano, il fulmine che scoppia non producono lo sbigottimento provato dalla contemplazione di quella poesia nuova, appena presentita dal Guerrazzi, vibrata, diceva, da un'"anima immensa". Ben poteva chiamare "perfido" Alfred de Vigny l'incanto patito dall'arte byroniana, e riconoscere la profonda tristezza che restava nei cuori; dall'attrazione fatale appena riusc a liberarsi. E al "concerto selvaggio", alla "sauvage harmonie" dei canti del Lord misterioso s'inebriava il De Musset quanto il Lamartine e la Sand. La seduzione operava dovunque; e si sospiravano le passioni tumultuose, i dissidi pi stridenti, le ambascie pi cupe del cuore, le volutt pi capricciose e folli, per assaporarne il disgusto, dopo l'effimero piacere. Pi  offuscata la luce, pi si addensano le tenebre, e pi alletta il torbidume di vita, e si ricerca l'arte che bizzarramente lo specchia.
N pu stupire che pi del Faust stesso soggiogassero i lugubri canti del Manfred; e si amasse il turbamento che dava al cuore quel "caos spaventevole di luce e di tenebre", quella "mescolanza di coscienza e di fango, di passioni cocenti e di pensieri altissimi, in lotta fra di loro, senza scopo e senza armonia". "Shall my soul be upon thine - With a power and with a sign!". Non come tirannide, ma come necessaria disciplina dell'anima subivasi il magico potere. E sembrava che, con quella guida, con l'oppio somministrato, e le scosse e le vertigini, si uscisse dai torpori temuti dell'immaginazione. Gli sdegni e le invettive del ribelle si vantavano come magnanimit; la segregazione altera come eroica fermezza, il barocchismo delle idee come sublimit. Angelo o demonio, disceso dal cielo, venuto su dai pi focosi e bassi inferni, la figura del poeta usciva dalle sfere comuni; non lo comprendevano le turbe; bisognava l'avvicinassero gli eletti. Anche il Foscolo riconosceva in lui "il cuore veemente del genio"; e lo ricerc e lo ammir un tempo il Leopardi, che ci ha pur lasciato il pi accorto giudizio sulla poesia byroniana, tutta fremiti e disarmonie e smarrimenti; pure a lui Lord Byron era apparso "uno dei pochi poeti degni del secolo, delle anime sensitive e calde".
Come un gran turbine, che trascinava con s, irresistibilmente, gli spiriti, questa gran voga cess; e si sedarono gli animi; non apparvero pi desiderabili i grandi sbigottimenti, le infermit, le stranezze, il cupo avvolgersi nelle ombre e nei misteri. Muto restava l'"apostolo del dubbio e del dolore". Il culto per Lord Byron, conservato da alcuni religiosissimamente nel cuore, era un delirio del passato; nuovi tempi spronavano a nuove conquiste, nuovi amori e predilezioni; e il poeta delle esuberanze folli disparve, come disciolto nel nulla, simboleggiato dall'Euphorion goethiano, "gesellt zu Starken, Freien, Khnen", che si spinge frenetico nel cielo, e si annienta nel volo audace.
La voce del "grande Napoleone dei regni della poesia" perdevasi ai venti ed echeggiava nel deserto. Bisognava fare giustizia di tante aberrazioni commesse, di una passione fatale e travolgente, non domata per troppi anni; e si pieg il giudizio al biasimo, ad una condanna decisiva. Ritenere ancora poesia verace la declamazione byroniana - quale stoltizia! - Non era teatrale ogni gesto del Lord, ribelle e altero? Quei suoi drammi, i quadri della vita pi convulsa e torbida, non si risolvevano in scenografie pazzesche, elementari e fantastiche, come i libretti d'opera pi graditi al volgo? E dove  arte in quel lusso abbagliante d'immagini, la decorazione orientale, ostinatamente trascelta e pomposamente sfoggiata? Potr farsi poesia di un'enfasi perpetua, di un ragionare disperato, di un'ironia, che sempre consuma e dissolve? Avviati cos alla negazione, l'arrestarsi  impossibile: il biasimo si inasprisce per necessit; e tutto si oscura e si annerisce. L'opera intera di Lord Byron appare uscita dalle sregolatezze pi dementi, dai baccanali e le orgie. Goethe prevedeva gli eccessi della critica, e vedeva il suo protetto, poeta "senza pari", in balia di una "kaum gerechte und billige Beurtheilung". Davvero dovr degenerare in caricatura il nostro giudizio? Un duce degli spiriti per molti decenni, che determin nel mondo intero una moda di poesia, seguta anche dagl'ingegni maggiori, non aveva veramente n fantasia, n genio, nessuna facolt di plasmare e creare e ritrarre la vita? Riconosciamo che questo poeta, che fantastic con fede cos scarsa sugli eterni destini dell'uomo e gli arcani dell'universo, appena offre versi incisi per l'eternit, e non si aggiunge al coro dei sommi, presenti a noi sempre, ad ogni corrente di vita e di pensiero: Omero, Dante, Shakespeare, Cervantes, Goethe; non ci solleva alla contemplazione dei cieli; ci lacera le ferite del cuore, invece di medicarle; ma egli deve aver pure avuto in s qualche scintilla divina accesa; non gli neg natura il dono di sviluppare intera una forte personalit, esprimendo il suo gran tedio e il suo dolore.
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Quello che pi colpisce in Lord Byron  il suo voluttuoso immergersi nella passione che ad ora ad ora lo domina, e il trascinare nell'arte tutti i suoi turbini del cuore. Non defin egli, nel Don Giovanni, la poesia come respiro di passione, tumulto, ruggito di tempesta? La sorte, benigna ai suoi capricci, gli larg a dovizia sentimenti impetuosi e irrefrenabili, lo addestr alla lotta, alla ribellione, alla sfida; gli cre gli uragani violenti, per animarlo e sconvolgerlo e straziarlo a piacere. Porsi al disopra della lotta e d'ogni torbida agitazione; creare, come Shakespeare e Goethe e tutti i sommi facevano, solo quando le passioni erano placate, e dome le furie, e si quetavano le onde del mare tempestoso della vita, non era nella natura del Lord Britannico. Considerava languore quello che, in verit, era forza di dominio; l'abbandonarsi a tutti gli inferni del cuore era per lui coraggio, vittoria, disposizione unica per affermarsi poeta. Trasportati da un demone eterno, gli eroi byroniani muovono talora un lamento per l'incapacit di dar freno alla loro natura irruente ("untaught in youth my heart to tame" - Childe Harold; "I could not tame my nature down" - Manfred); ma quetarsi sarebbe accrescere in loro l'infelicit e la tristezza; bisognava che sempre tra fremiti scorresse quel suo sangue ch'egli dice del Mezzod (To the river Po), che attizzasse quel fuoco interiore che lo consumava ("the fire that on my bosom preys - is lone as some volcanic isle"), e lo mordessero bene le passioni, come serpenti annidati nell'anima sua ("My passions were all living serpents... Twined like the gorgons round me" - Werner.  dolore vero, insopportabile tortura, l'ambascia del cuore, a cui dicesi in preda Giaour? - "No ear can hear nor tongue can tell - The tortures of that inward hell". Quell'inferno  a lui la vita verace. Non sedategli il tumulto; non toglietegli il martirio; lasciate che si copra di ulcere quella sua anima inferma. L'inferno per il poeta sarebbe il non possederne e il non soffrirne alcuno. - "Quiet to quick bosoms is a hell" (Childe Harold).
A questo stridore di procelle implacabili si inspira e alimenta la Musa di Lord Byron; e le armonie pi ambite dovranno pur essere le dissonanze pi cupe. Giammai conobbi la calma, confessa Caino; e, nella corsa sfrenata alla vita non  posto per un sospiro, per un desiderio di pace. Posare  dissolversi nella morte.  un configgere continuo di strali nel petto, un acuire la sensibilit istintiva, corruscando od infocando l'immaginazione, "so long practised in self-tormenting", come avvertiva Manfred, un accumulare affanni e pene, e un sottrarsi alla luce, perch stringano, involgano e sferzino a dovizia le ombre. Cos l'irrequietudine  fatta legge; e il dissidio perpetuo  il ritmo con cui si dovr muovere questa povera e torbidissima vita. Il poeta cresce selvaggio, e, se si compiace del bollore delle sue passioni, gli avviene pur talora di sgomentarsi dello squilibrio patito. Dove lo condurr? Non  minacciato di pazzia? Finirebbe come lo Swift, "dying at top". La folla mi coglie; debbo essere diventato pazzo. La pazzia  nel cuore, pi che nella mente, appunto come in Lara. E Manfred confessa: "The face of the earth hath madden'd me, and I - take refuge in her mysteries".
Debbono comunicarsi all'arte i fremiti e le scosse di quest'anima violenta; e gli eroi byroniani, gettati sulle scene della vita pi selvagge e torbide, debbono logorarsi e soccombere, passando da un estremo all'altro della passione ("Chain'd to excess, the slave of each extreme" - Lara). Siccome esplodono, facendo dell'istinto legge, sembra abbiano condensate d'un tratto tutte le energie; dnno l'impressione d'una forza insolita, che vi sorprende, di una volont, che non si frange; umiliano, annientano il pensiero, per dar posto all'azione; ed  innegabile certa potenzialit di vita nella storia dell'anima loro che si annunzia. In questa forza che si manifesta, sia pure con precipitosa irruenza, scopri il segreto maggiore dell'arte byroniana, diametralmente opposta all'arte limpida e serena del Goethe. L'immediata rivelazione di un grande tumulto e sconvolgimento interiore ci scuote e rapisce; e tardiamo ad avvederci che questa intensit di vita non  che bollore subitaneo, preludio di un accasciamento e languore irrimediabile. Le fiamme del sentimento, accese cos rapide, consumano e s'estinguono; tutti i vulcani si spengono; e l'anima rimane col suo gelo e la sua tristezza. Cos delusi ci lasciano altri poeti e sognatori, che destarono febbri e deliri di entusiasmo, e apparvero araldi di una religione nuova dell'arte e della vita. Il vigore della loro creazione  l'esplosione di un momento fuggevole; un alito ardente e nulla pi. E tutto il calore vanisce. Alla grande pienezza di vita succede il vuoto e l'inaridimento.
Ai giovani, accesi d'entusiasmo, smaniosi di frangere e abbattere barriere, e di conquistare di slancio un mondo vagheggiato, Lord Byron doveva riuscire fatale. Di che altro poteva provvederli il poeta che di eterne delusioni? E la giovent vera non era a lui stesso prestissimo vanita? "My spring of life has quicklyfled", confessa ad un amico di belle speranze. E si trascina la noia e il disgusto dai primi agli ultimi suoi anni, di terra in terra. La vita tumultuosa non gli d che poche esperienze; e su queste, senza mai pace per approfondirle, s'aggira in perpetuo, riempiendosi invariabilmente il cuore delle stesse amaritudini, ripetendo all'infinito i lamenti medesimi. Non un sorriso di primavera, ma sempre l'intristire dell'autunno, che si spoglia del verde, e avanza, per morire nel gelido inverno. Rovinano gli anni, e la vecchiaia sogghigna a chi  uscito dall'adolescenza appena:
He who hath proved war, storm, or woman's rage,
Whether his winters be eighteen or eighty,
Hath won the experience which is deem'd so weighty(1).
Pi che sull'anima stanca di Don Giovanni il gelo mortale incombe sull'anima piagata di Manfred:
Look on me! there is an order
Of mortals on the earth, vho do become
Old in their youth, and die ere middle age,
Without the violence of warlike death(2).
E di lamenti su questo correre rapido a tutte le miserie e gli affanni che ha in sorte l'et pi avanzata si empiono le prime missive del poeta rivolte agli amici. Il fiore che coglie subito avvizzisce. Lo tocca e lo prostra in un baleno la maggior forza che muove il mondo e determina i nostri poveri destini, l'amore ("The freshness of the heart can fall like dew"). Il mondo gli si spopola, perch campeggi lui entro un deserto di anime. La sola immagine viva che egli ha innanzi  l'immagine sua propria; il suo colloquio  un soliloquio perpetuo; e dovr pascersi con volutt del suo dolore; dovr precipitare entro gli abissi che si scava lui stesso entro il cuore e cercarvi sempre nuovo tormento. Sapeva di immedesimarsi coll'eroe che celebra nel Childe Harold:
Here the self-torturing sophist, wild Rousseau,
The apostle of affliction, he who threw
Enchantment over passion, and from woe
Wrung overwhelming eloquence, first drew
The breath which made him wretched...(3).
E un bisogno lo spinge ad osservarsi ed a confessarsi senza mai tregua, a fare spettacolo della persona sua propria. L'opera ch'egli offre  una esibizione incessante. Si sente oppresso dal fato, preda a tutte le sventure, sferzato da tutte le furie; eppure, quell'infelicit sconfinata gli  cara, tanto si avvezza e si concilia ad essa, da compiacersene alfine. Lo distingue lui, sollevato sul gregge degli uomini; gli d la coscienza di una grandezza temibile. Consuma d'un tratto le energie migliori; si lacera, si dilania, ritiene la creazione mancata e folle, grida il vanire di tutto, il vuoto che invade gli spazi e annienta la vita; eppure, non distrugge il suo orgoglio, e si accarezza, si ama, prodiga tutte le sue stranezze e violenze, scatena le ire, muove i turbini e le procelle, accende, infosca il verso; morrebbe se non lo curassero le genti che egli ha pure in dispregio, e febbrilmente ricerca lo spettacolo, lo scandalo, il grido assordante. Gli manc una reggia e un trono per figurare e dominare, come lo disponeva natura; e, con l'immenso suo fastidio in cuore, naufrago, come il suo Mazeppa, che vede addensarsi su di lui le tenebre e accavallarsi minacciose le onde, stretto a un'assicella, tra l'infuriare della bufera e l'appressarsi della morte, ha pur l'aria di grande conquistatore. Nella sua sfera egli importa quanto Napoleone. "Je m'enivre d'amour propre", diceva il Rousseau. "Humility - I never had", ripete Manfred. E Don Giovanni si conforta: "What a sublime discovery' t was to make the Universe universal egotism!"
S'intende che dovr essere legge il suo arbitrio. Se assume le difese dei deboli e patrocina gli oppressi, sar per la volutt di misurarsi e di lottare coi potenti, di umiliarli e di abbatterli. Saturo di disgusto, egli  pure di una estrema raffinatezza nei piaceri e negli svaghi che ricerca; sgretola, discioglie nel nulla le apparenze vane di un universo insensato. Dio, evidentemente, fall nella sua creazione; e lui si copre di fasto e di pompa; ogni esuberanza lo alletta; sospira le terre, i mari, le donne, i vivi colori, gli splendori abbaglianti, i forti aromi, i profumi dell'Oriente; il vago immaginare si converte in un immaginare convulso, tra perpetui eccitamenti. Il poeta drizza la nave sua verso la luce; corre ai raggi infocati di un nuovo sole; ma, pi avanza, pi fitte gli si fanno le tenebre intorno. Non si avvedeva che la luce pi fulgida  nell'anima, e non s'accende alle fiaccole esteriori, e muore tra i tumulti e le grandi esaltazioni. Cos - entro un caos di luce e di ombra, "an awful chaos", doveva agitarsi il suo Manfred, "and mind and dust - and passions and pure thoughts - mixed, and contending without end or order, - all dormant or destructive". Ogni festa byroniana passava all'orgia e mutavasi in lutto. La tristezza  irrimediabile; il fastidio cresce; e, della sua sventura, della sua noia, del dolore che lo mina e divora fa il suo orgoglio; e s'erge per accusare l'inutilit di questa vita e l'insulso mistero. Poich Dio non ebbe cuore e sapienza, andr lui coi demoni e gli angeli caduti; far ogni sforzo per nutrire in s l'altero disprezzo e lo spirito di ribellione. Doveva attrarlo Lucifero; "non posso abborrirlo, dice il suo Caino; lo contemplo invece con un timore misto di piacere; e or non lo fuggo; nel suo sguardo v' un'attrazione ammagliante che fissa i miei tremuli occhi sui suoi; il mio cuore palpita convulso; egli mi sacrifica, eppure mi spinge a s vicino, sempre pi vicino". Il Southey trovava nel rivale "the spirit of Belial"; e non so che di satanico era in realt nell'uomo fatale, che immaginavasi essere duce di libert e di eroismo alle genti, e s'armava d'ogni livore, malediceva e insultava con rabbioso sdegno, "an immense rage", spingeva alla dissipazione e alla dissoluzione, raffigurava orrori e atrocit senza limiti, esaltava le prodezze e le rapine de' suoi pirati generosi.
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Poetare altro non poteva essere per Lord Byron che dare sfogo alle proprie passioni tumultuose, intensificare, fuori d'ogni calma e serenit, la vita sua propria, di pena in pena, di burrasca in burrasca. La lotta, il dominio, lo sfasciarsi di una societ di filistei e di imbelli, il trionfo dei solitari, dei forti e indipendenti, ogni sogno pi fervido doveva trovare l'immediata espressione nelle rime libere e focose. Se invece di scrivere agisse, si desse alle conquiste, cingesse la spada, e menasse colpi, e sconvolgesse, e abbattesse, fondasse lui i nuovi regni! Quante volte grida che l'azione  tutto e nulla la contemplazione, ozioso e vano il meditare e speculare dei saggi! Quale follia la sua, scrivere, allineare versi, e non seguire la vocazione di natura, non lanciarsi alle grandi avventure! I suoi eroi supplivano alla sua propria attivit mancata, tutti sdegnosi di riposo e di quiete. E freme Giaour:
I loathed the languor of repose.
Now nothing left to love or hate,
No more with hope or pride delate,
I'd rather be the thing that crawls
Most noxious o'er a dungeon's walls,
Than pass my dull, unwaryng days,
Condemn'd to meditate and gaze(4).
L'azione si frange alla violenza del desiderio; e il poeta ragiona, urla, declama, senza condensare le energie dell'anima; e passa da una esaltazione momentanea ai profondi abbattimenti. Come poteva esaltare il Mazzini la "potenza titanica della volont" in Lord Byron? L'inquietudine e l'instabilit sono nella sua natura; e bisogner che egli viaggi perpetuamente, di lido in lido, avido di perpetue distrazioni ed emozioni, per tollerare la vita, senza idealit vere e senza fede; introdursi nelle case dei Greci, dei Turchi, degli Italiani, degli Inglesi, oggi in un palazzo, domani in una stalla; porsi oggi a fianco di un pasci, e conversare in seguito con un pastore, muovere la nave sua veloce, dove pi infuriano le onde, e sospirare i lontani orizzonti, dove tra fiamme tramonta il sole. Errare, vagabondeggiare, e non aver porto, non abbassare le vele mai, primo lui tra i "wanderers o'er Eternity", di cui  memoria nel Childe Harold, "whose bark drives on and on and anchor'd ne'er shall be". E il respiro di questa vita errante, nutrita di noia, e di rapide e torbide passioni,  in tutte le opere - visioni, sogni ed esperienze di un "solitary traveller" - "promenades d'un rveur solitaire" pur esse, come i distilli del gran cuore di J.-J. Rousseau.
E, come il suo fratello spirituale, che segn le vie muove ai romantici, poeta e sognatore e non filosofo, in verit, non pu staccarsi dal suo io, a cui tenacemente e disperatamente s'avvince, quella personalit originalissima, ma tutta chiusa in s, che non discende e non s'obla nell'anima di altri uomini. Dev'essere quindi il mondo, nei suoi infiniti aspetti, un riverbero continuo di quest'io tirannico. Tutta la realt precipita nella propria immaginazione malata e febbricitante. Del crudo reale, la "grossness of reality", il poeta si sdegna; altra felicit non riconosce, altro rancore non pu nutrire che la volutt del suo sogno, la ridda delle sue ombre e parvenze, il tessuto delle sue chimere, de' dolci e amari inganni, "these lonely walks and lengthening reveries" (Don Juan). Quello che nega il fato, la fantasia lo concede; e sono le chimere nostre che dnno unicamente pregio alla vita e l'intensificano. Ben doveva confessarlo Childe Harold:
The beings of the mind are not of clay;
Essentially immortal, they create
And multiply in us a brighter ray
And more beloved existence: that which Fate
Prohibits to dull life, in this our state
Of mortal bondage, by these spirits supplied
First exiles, them replaces what we hate(5).
La patria era terra poco acconcia per scaldare la fantasia; gi nel Mezzod e nell'Oriente, tra genti fervide, non inceppate da leggi austere e vane convenienze, fuggivasi la regolarit folle e la monotonia; l'individuo poteva svilupparsi libero sotto l'ampio cielo, fuori del gregge comune; e fu l'Italia, come tutti sanno, uno dei grandi amori del gran Signore britannico; quell'Italia, il "giardino del mondo", "la patria di tutto quanto l'arte produce e la natura decreta", dove suona una lingua cos dolce, dove trionfa l'istinto e turbinano le passioni, e, a piacere - tra rovine, palazzi e castelli, i marmi, le reggie sfarzose, le spiaggie liguri, le pinete di Ravenna, le lagune di Venezia, "throned on her hundred isles" - si possono intessere sogni e immaginare delitti, e orgie e ebbrezze, e naufragi, e assedi, e pugne e massacri; l'Italia, magica terra, percorsa per tanti anni dal poeta, che pensava, colle ardenze sue, di scotere le polveri, di condurre le genti fuori d'ogni servaggio, e rinnovare le virt eroiche antiche; ma che, infine, alquanto serbava del fascino e del mistero imposto per secoli dalla tradizione; l'Italia, che ha in sorte "the fatal gift of Beauty", e che destava le simpatie dei romantici, dei francesi in ispecie, soggiogati in parte dalla visione italica byroniana.
Il disgusto per la vita comune , necessariamente, in tutti i potenti annoiati della vita, lanciati alle tragiche avventure dalla fantasia del poeta. Debbono sollevarsi sul gregge degli umili, provvedersi di originalit, di forti passioni, di superbi disdegni, d'ironia e d'odio, di lugubri pensieri e di inconsumabile tristezza. A che aspirino non sai. Nati per distruggere, dove giungono e dove imperano, gettano lo squallore; conquistano un cuore, per avvincerlo, sanguinante e spezzato, al proprio; respirano la lotta; si gettano nei tumulti; accorrono dove maggiore  il pericolo; e menano colpi, con posa e coraggio di gladiatori; rompono ogni freno imposto dalla societ; si creano a capriccio gli ostacoli pi temibili, per il piacere folle di abbatterli; divorano gli spazi e divorano la vita; e si trovano prestissimo al termine della loro giornata precipitosa, col vuoto e il nulla di fronte. Non ci  dubbio che il poeta riviva in s le prodezze e le esaltazioni degli eletti dell'umanit che trasceglie, tutti fatti a sembianza di lui stesso: i grandi ribelli, condottieri, corsari, pirati, rinnegati, duci nelle pi arrischiose imprese, mossi dai turbini, e fatalmente gettati di abisso in abisso, senza mai un tremito per la morte che sempre li minaccia. L'eroica sinfonia che il poeta intona ha accenti di vera grandezza; pu esaltarci, pu scuoterci, senza commuoverci mai. E comprendiamo il fascino prodotto da questi atleti selvaggi e foschi, correnti alle voragini di morte, con pazza audacia ed impeti magnanimi anche nelle conquiste e rapine vagheggiate, imprecanti alle glorie umane, smaniosissimi loro stessi di fama e di dominio. Misteriosa e oscura  la loro origine. Precipitarono dal cielo? Vennero su dai bassi inferni? Si coprono di delitti; grondano sangue; si temono, si fuggono, e si ricercano e si amano ad un tempo; seducono fatalmente; svolgono una storia lugubre, povera di vere azioni, e sempre la medesima, si pu dire; eppure quella storia ti avvince; e, bench strana e bizzarra, tutta fuori del reale, frutto dei deliri dell'immaginazione, preoccupa, inquieta e assedia anche le menti pi sane e equilibrate.
Ma diffidiamo del gran tuonare che fanno questi eroi libert e indipendenza; come i masnadieri dello Schiller fremono contro i tiranni; ogni traccia di schiavit dovrebbe sparire dalla terra; e il sospirato regno delle eguaglianze umane dovrebbe sorgere alfine sulle rovine dei troni abbattuti. In realt, i duci di Lord Byron e gli araldi de' tempi nuovi sono tiranni alla lor volta, tiranni che concentrano in loro stessi il mondo intero, e, nelle solitudini che appassionatamente ricercano, stanchi, naufraghi della vita, lungi dall'obliarsi negli alti e taciti silenzi, portano il loro furente amore al fasto, alla pompa, l'orgoglio di emergere, la fierezza della loro creazione particolare e singolarissima, il disprezzo per gl'infelici che non li comprendono e non si appartano dalle vie battute. Non sdegnerebbero una reggia e uno scettro, e della rocca che li chiude e li segrega dal mondo fanno un tempio per la loro chiassosa adorazione. Le turbe dovranno chinarsi, e guardare in su questi esseri che troneggiano per misteriosa potenza e occulte virt, non mai discesi al loro livello. "From my youth upwards - My spirit walk'd not with the souls of men, - Nor look'd upon the earth with human eyes... - I disdain'd to mingle with - A herd", dice di s, con l'umilt che gli  particolare, Manfred.
Lontani dal mondo comune, "in regions of her own", svolgono i fratelli di Lara e del Lord altero la loro storia, una storia di ribellioni violente, di conquiste o rapine, la storia di un cuore di donna, avvinto e spezzato, un idillio d'amore che si scioglie nel dolore, nel tedio e nel mistero. In fondo,  una sola romanzesca avventura, che si riproduce, con poche varianti, uniforme, monotona quindi, malgrado lo sforzo di apparire sempre nuova ed originale;  una sol vita vissuta veramente nell'accesa immaginazione. La stoffa di Caino e di Satana - si pensi al Satana miltoniano -  in tutti gli eroi fatali per cui delirano e si distruggono d'amore le Gulnare infelici. Un titanismo folle, che abbatte e non crea e non solleva. E sono s maceri e logori i Prometei novelli, che lanciano a Dio la superba sfida, e tolgono le faville al cielo, sacrati alla morte entrati appena nella palestra della vita. Il mito antico sempre assedia la mente del poeta: "The Prometheus, if not exactly in my plan, has always been so much in my head, that I can easily conceive its influence over all or any thing that I have written". E riaccosta al gran ribelle Dante, nella profezia famosa, come Manfred e Napoleone.
Ma ogni ardenza doveva essere presto consumata; doveva fiaccarsi ogni energia. Celarsi agli uomini, ridursi agli scogli, alle isole, alle plaghe deserte, o alle alte vette era necessit per questi eroi cos martorizzati all'interiore. Esalano in discorsi e in soliloqui concitati il loro dolore; strepitano; e dovrebbero raccogliersi nei silenzi pi gravi; il mistero li involge; il mistero li ha generati; entro una selva di misteri tragittano; tutto  vago e indeterminato in loro. Non indagate il secreto della loro nascita, la natura delle colpe passate e dei misfatti e delitti commessi, che gravano sull'anima con peso mortale. Quel mondo di ombre e di tenebre nessuno lo penetra; ogni interrogazione  vana; rimane il dubbio, la tensione spasimante, la coscienza dell'arcano formidabile, che non si afferra e non si distrugge. Ogni cosa  mistero ai mortali, dice il doge a Marina nei Due Foscari; "solo chi li ha creati lo comprende". N mai si sottrarr l'uomo pi altero e indomito a quella maledizione che emana dal potere ascoso che gli sovrasta. L'inseguono le furie; lo flagellano gli spiriti; ovunque fan ressa le ombre. Il poeta stesso, come le creature della sua fantasia esaltata, ha un fantasma innanzi che s'aggiunge a lui e peregrina con lui e non si diparte giammai, l'ombra di s stesso, che cresce e cresce e si spinge gigante al cielo, e ottenebra, divora ogni luce. Delle larve che l'inseguono potr disfarsi e darsi ragione Childe Harold, nel suo errare fatale? (IV, 24):
And how and why we know not, nor can trace
Home to its cloud this lightning of the mind,
But feel the shock renew'd, nor can efface
The blight and blackening, which it leaves behind,
Which out of things familiar, undesign'd,
When least we deem of such, calls up to view
The spectres whom no exorcism can bind,
The cold, the changed, perchance the dead-anev,
The mourn'd, the loved, tre lost-too many! yet how few!(6).
Loquaci tutti gli eroi byroniani nelle imprecazioni e nei lamenti, quando indaghi la natura dei misteri che li avvolge, si chiudono nel silenzio, e sono sfingi impenetrabili. Quale peso, veramente, li gravi, non sai. Giammai li muove o raddolcisce un pentimento per i delitti commessi e le colpe che nascondono. Si abbandonano incerti ai nuovi destini che li attendono e che sempre si svolgeranno tra ombre e caligini. Il Corsaro dovr fuggire dalla sua isola, errare solo e sottrarsi agli sguardi di tutti. Nessuno pi lo ritrova. E come lui si dissolver nel vuoto e nel nulla Parisina.
...
Hanno tutti, come il poeta stesso, un bisogno grandissimo di amore, e l'incapacit irrimediabile di amare. Anime cos trincerate e rigide si oblieranno nell'anima altrui? Apriranno il cuore alla compagna che sedussero, che fatalmente attrassero, e avvinsero al proprio destino dolorante? Dall'albero della vita, percosso dalle bufere eterne, non distaccano fiori, ma fronde avvizzite. E il gelo ti coglie, la brezza tagliente dell'autunno, quando pi sospiri il riso e il verde della primavera.  sempre un palpito d'amore in tutta l'opera del Leopardi, che grida l'incuria e l'indifferenza della natura, il dolore degli uomini, l'acerbit del nostro destino, la vanit di ogni nostro aspirare; ed  un accorato concedersi e intenerirsi dell'anima amante in ogni scatto d'ira e di ribellione, nelle accuse lanciate, nei lamenti e nei gemiti. La veemenza del primo impeto d'amore consuma in Lord Byron ogni freschezza e vigore di vita; e le passioni stridono, si torcono convulse, senza irradiare calore verace. L'amore di questi solitari, aspri e selvaggi,  orgoglio che umilia, e solo opera movendosi tra le fiamme dell'odio: "My very love to thee is hate to them", dice il Corsaro. E non si congiungono due cuori, senza strappi violenti e un crudo martirio. Fughe, inseguimenti, rapine, eccidi efferati sono di preludio all'ebbrezza e volutt di amore. L'insensatezza  legge al sentimento. N si pu smentire la natura selvaggia, l'irrefrenabile istinto, che ride e sogghigna delle profondit vere dello spirito. Nel cuore di Giaour bolle la lava di un vulcano. Chi ne arrester il corso fatale? "Mine was like the lava-flood - Aetnas' breast of flame". E s'incendia cos la donna infelice; perde la coscienza del suo essere, per seguire, misteriosamente e violentemente attratta, abbagliata, acciecata, la sorte dell'uomo che a s l'avvince e la trascina. E non trema, non esita Gulnare quando uccide il suo signore per fuggire col suo corsaro.  virt terrena, virt del cielo questa forza d'amore arcana e possente? Il poeta pi volte ne vanta la natura divina; e declama nel Giaour quanto nel Childe Harold: "Certo l'amore  luce che raggia dal cielo,  una scintilla di quel fuoco immortale che abbiamo in comune cogli angeli...; il cielo stesso discende sospirando amore; un sentimento che si parte dalla divinit, per annientare ogni basso pensiero; un raggio di Colui che fece il Tutto; un serto di gloria che recinge l'anima - Oh Amore! tu non sei fattura di questa terra; serafino invisibile, in te dobbiamo credere; una religione sei tu che esige per martirio il frangersi del cuore".
Tanto dovette delirare Iddio nella sua creazione, e vuotare di dolcezza il cuore dei miseri mortali, per empirlo di strazio e di tormento; e tanto di cupo e di convulso e di squallido dei bassi inferni si trascin capricciosamente nelle sue altissime sfere! Non  forza,  vero, che valga a disgiungere la donna dall'uomo che ama; e pi  crudele il martirio sopportato, pi appare intera e profonda la sua devozione. Ma vive un simulacro di vita, rimastole come riflesso dell'azione dell'eroe a cui si abbandona, precipitando, senza un pensiero, nelle sue voragini di passione e di demenza. Amore, che frange il cuore, e non opera, non solleva, non trasfigura, non redime; chimera, vano sogno anch'esso, fantasma, illusione: "Love, that mere hallucination!" (Don Juan). Rimane l'aridit nell'anima, simile alla terra devastata dai torrenti che straripano impetuosi. E attendi invano un rinverdirsi e un rifiorire. Pu interessarsi veramente il poeta alle storie d'amore che intreccia, anche a quella cos pietosa di Ugo e Parisina, che colpiva il Leopardi, immaginando con angoscia "l'appressamento della morte?". Legge un giorno la Saffo del Grillparzer; e par lo commuova l'elegia d'amore, il vano anelito alla felicit della povera donna condotta dall'estrema rinunzia alla morte; forse converrebbe anche a lui un dramma tutto intessuto di casi d'amore; si propone di porre nel Sardanapalus "more love" di quanto prima aveva ideato; pensa ad una Francesca da Rimini, invaso dai ricordi di Dante. L'amore, che sopravvive alla morte, e raggia e vibra inconsunto nelle eterne spire del tempo; il paradiso disceso negli abissi infernali dell'anima! Accoglie Lord Byron le leggende pi paurose, e le svolge e le ricrea col soffio ardente e dissolvente della sua propria passione. Le donne amate errano sbattute ai lidi di morte; e tornano, spiriti ed ombre fatte, all'uomo per cui delirarono in vita. Torna al rinnegato, nel Siege of Corinth, Francesca, il genio benefico e tutelare, tremante ancora per i guai e le sciagure che minacciano l'infelice che am sino a spezzarsene il cuore. Nel deserto degli affetti umani quest'abbandono della donna mitiga le asprezze e durezze;  innegabile che, a tratti, nel cuore del poeta si apriva una vena di tenerezza; si apriva, per chiudersi e sanguinare rapida; cos vana risulta la femminile soavit, assorbita dall'egoismo tiranno dell'uomo.
Il turbine solleva, il turbine schianta queste povere vittime della passione, spose della natura - "Nature's bride" (Haidee, nel Don Juan), semplici, infantili, incorrotte, che restringono il mondo e la creazione intera al loro amore, e sognano il folle idillio nelle solitudini pi remote, avvinte all'eroe che divinizzano, dimentiche della terra e del cielo, "as if there were no life beneath the sky save theirs" (Don Juan). Vantano la natura eroica di chi le domina e tiranneggia. Myrrha muove Sardanapalo all'azione; le fanciulle della terra sua, dice, non amano che eroi; in verit, l'eroismo vero, l'intrepida fermezza  in loro, unicamente; il sacrificio  solo operato dalla donna; e non  ostacolo che non affronti e non vinca; non  rigidezza o crudelt dell'uomo che non rallenti il suo andar fatale, o raffreddi il suo amore. Sente Marina, l'eroina dei Due Foscari, palpitare entro s un cuore, capace di aprirsi breccia "through hosts - With levelled spears". Diranno mostruoso l'amore per un barbaro. Che importa? Muover mai la donna un rimprovero, un lamento? L'uomo  solo capace di frammenti di passioni; la passione intera  serbata alla donna; nulla pu distrarre la donna; la fama, la gloria, il potere non la seducono; e non  per l'ora che fugge l'ardente suo respiro d'amore; nel cuore vibra l'infinito, l'eterno. Giulia pu ricordare al suo Don Giovanni: "Man's love is of man's life a thing apart, - 'T'is woman's whole existence... Men have all these resources, we but one, - To love again, and be again undone". L'ebbrezza d'un giorno  riscattata dal martirio di una vita. Ed  un bene ancora che questa vita si spezzi nel suo vigor maggiore, e si ripieghi in s la donna, povero fiore sbattuto dalla bufera. E piegano e muoiono Zuleika, Medora, Haidee, Parisina, Kaled, compiuto appena il loro messaggio d'amore, consunte dal dolore.
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Dubbioso della scelta fra conoscenza e amore, Caino ode il consiglio della donna sua Adah: "Scegli amore, Caino". Ma amore non , in sostanza, conoscenza vera, la somma della vera sapienza? Lanciati alle tempeste della vita, gli eroi byroniani ostentano tutti una particolare scienza della vita; assumono atteggiamenti filosofici; non sono a corto di sentenze i Prometei che insorgono e disprezzano e insultano, e hanno nell'anima, parrebbe, la smania di riconoscere di un Faust. "I thirst for good". Caino stesso esplode in questo grido. Manfred confessa che col suo sapere crebbe via via la sete del sapere. E il gran Lord  passato ai posteri come grande agitatore di idee, dominatore di un universo che esplor a fondo e per tutti i lati. A Walter Scott sembrava avesse abbracciato "every topic of human life, and sounded every string on the divine harp, from its slightest to its most powerful and heart-astounding tones". Il Mazzini, rapito talora follemente dai suoi grandi entusiasmi, giudicava Lord Byron pi profondo di Goethe: "scruta, crea infino a che abbia raggiunto la radice delle cose; simile all'ardito palombaio egli si tuffa arditamente nei gorghi, senza pensieri, ecc.". Con questa sua eterna inquietudine, l'impazienza, il tumulto, la passione nel cuore, come guardar fisso e raccolto il dramma della vita, scrutarne i misteri, approfondire la sua scienza od esperienza? Certo, i pi tormentosi problemi e misteri battono insistenti alla sua mente; l'assediano senza mai pace. Ma il poeta, nella sua foga, nulla sviscera e nulla risolve; getta le sue massime ai venti, e si balocca col pensiero, come fanciullo stanco e svogliato; le sue meditazioni sempre minacciano convertirsi in imprecazioni, i suoi dubbi in lamenti o in bestemmie.
Liba da ogni calice e avidamente il piacere, che subito gli si trasmuta in amaro disinganno e s'inebria al suo perpetuo disgusto. Potr allargarsi il suo mondo, avanzando nella vita, moltiplicando i peregrinaggi fastosi di terra in terra? Di questo mondo egli non vede che la confusione, il caos, quella "darkness" ch' materia frequente del suo canto. Provatevi a metter luce, dove s'addensano fitte in eterno le tenebre. Veramente, il poeta, bench assumesse un tempo atteggiamento di serio pensatore ("I once thought myself a philosopher, and talked nonsense with great decorum", scrive, nel 1808, al Dallas), confessa di non aver disposizione per la filosofia; ed  noto lo scherno che Manfred lancia ai filosofi: "If that I did not know philosophy - To be of all our vanities the motliest, - The merest word that ever fool'd the ear - From out the schoolman's jargon". Eppure, filosofeggia, ragiona, senza una credenza e senza una fede, dissolvendo ogni pensiero, che rampolla, nei flutti della sua ironia. N le idee sue sono suscettibili di sviluppo; e vi colpisce e vi stanca alfine l'irrimediabile fissit e rigidezza; e tornate al Leopardi, cos duttile, cos umano nelle sue accorate meditazioni.
Quante volte siamo mossi a gridare al poeta: Tenetevi i vostri discorsi sulla vita; dateci la vita stessa nel suo pulsare verace. Ricordate i ragionamenti che ingombrano il Caino. Caino stesso appare come il primo filosofo di un'umanit che trasecola, chiuso in s, meditabondo e triste, come l'Adamo di Michelangelo; infastidito della vita, aperto appena alla vita. Caino dovr chiedere ragione di s stesso, e ragione delle cose che lo circondano, il perch della morte, il perch della vita, l'origine del male dato in sorte alle creature, e della potenza rivelatasi nel creatore; Lucifero lo condurr a diporto nei suoi domini perch conosca e esamini la fantasmagoria dell'universo. E il suo poeta, quando non descrive, ha l'aria di infilzare assiomi e sentenze, e di dar fondo al suo gran tesoro di sapere acquisito. Ed  un disperato aggirarsi su di un pensiero dominante, che isterilisce la mente e esacerba il cuore, sciupa e mina ogni attivit dello spirito. Non si lotta per la conquista di un bene o di una verit ambita; ogni lotta  vana; la vita si tollera, dissipandola. E il Mazzini sognava il suo poeta uscito dalle tenebre alla luce, fatto araldo di libert; e vedeva Caino e Manfredo profondati "nell'abisso dell'infinito, ebbri di eternit". Pi accorto lo Shelley chiamava il Deformed transformed una cattiva imitazione del Faust; ma ebbero pur origine dal Byron i poemi cos detti filosofici, in voga presso i romantici dei tempi avanzati: un pensiero s'inquadra in un seguito di scene drammatiche e di frammenti lirici ed epici. Al fantasticare sentenzioso e grave del Byron troppe volte doveva togliere esempio Alfred de Vigny.
Una filosofia che s'impernia sulla dissipazione o negazione della vita frange o uccide il pensiero al suo primo manifestarsi. Le massime tristi giungono anche a Lord Byron d'accatto; sempre pi sgomentevole si fa il vuoto attorno a lui; si strepita, si grida, si declama entro un deserto. Ora ci sembrano luoghi comuni le sentenze espresse nei poemi byroniani, che facevano gran colpo sugli spiriti malati del secolo scorso, e si dissero profonde e ardite dal Brandes, persuaso che Lord Byron avesse afferrato con meravigliosa energia e seriet tutti i maggiori problemi della vita. Manfredo, sacrato alla morte, esclama: "Lo spirito, che  immortale, fa esso medesimo giustizia de' suoi buoni o cattivi pensieri -  a s origine e fine del male - delimita lo spazio e il tempo - la sua virt innata, libera da questa spoglia mortale, non assume colore dalle cose che ondeggiano al di fuori, ma si assorbe in s nel dolore o nella gioia, che derivano dalla conoscenza del suo proprio deserto".
Le immagini dovranno supplire le idee; tutta la saggezza del poeta si ridurr nel riconoscere l'irrimediabile vacuit del mondo e l'inutilit dell'esistenza umana, cullata fra il tedio e il dolore. Scenderanno le ombre a Manfred, che vanta pure una visione cos limpida e penetrante; imporr pace e silenzio al cuore; e approder, calmo in apparenza, ai lidi di morte: "There is a calm upon me - Inexplicable stillness!". Ed  pure cos bello il mondo ("Haw beautiful is all this visible world!" - Manfred); tanto ci attrae e ci avvince questa terra, su cui tragittiamo come ombre! La miseria e l'imperfezione passarono all'uomo, che riflette il tremito e il deliquio di una creazione fatale. Che ci arroghiamo di essere? Non altro che una mescolanza folle:
Half dust, hall deity, alike unfit
To sink or soar, with our mix'd essence make
A conflict of its elements, and breathe
The breath of degradation and of pride,
Contending with low wants and lofty will(7).
Se ancora fossimo rimasti come natura ci pose all'esordire! Ma dalla natura sempre pi ci discostiamo, attratti dal miraggio folle della civilt; or non ci sorridono che larve e inganni; felicit  vano sogno; passiamo di affanno in affanno sino all'ultimo dissolvimento, con la maledizione in cuore e la certezza che viviamo solo questa vita per distruggerla, a brano a brano, spronati dalla morte, senza sollievo e senza respiro. Chi ha cura di noi? Ci sorregge Iddio? Al morir nostro si commuover la terra, avr piet il cielo, scender una lagrima, cadr una foglia, mander la brezza un sospiro? Or parlatemi della dignit dell'uomo. Non importa l'uomo quanto un cane? - "Dogs or men" - L'imprecazione leopardiana "amaro e noia - la vita, altro mai nulla; e fango  il mondo"  gi insistente e beffarda nei soliloqui del Byron. Quanta stanchezza della vita in Caino, all'albeggiare della vita! Come lo conforter Lucifero, scortandolo tra le ombre di quelli che gi furono prima che apparisse Adamo? Chiamasi vivere questo? "Toil! and wherefore should I toil?". Secoli e secoli di tedio e di disgusto sembra che gi passassero, prima che uscisse l'infelice al suo martirio.
...
Eppure, se un germe di vita verace  in noi, solo dobbiamo riconoscerlo nell'inferno stesso che portiamo nel cuore, nel nostro soffrire e disperare: "there is a very life in our dispair, - vitality of poison" (Childe Harold). E Goethe insisteva sul voluttuoso e appassionato torturarsi "des wunderbarsten zu eigner Qual geborenen Talents", su questo torcersi e contorcersi entro le spire del dolore ("hchst grausam in seinen eigenen Eingeweiden whlend"). Cerchino altri pace, tendano all'armonia dello spirito, lui vorr in s un dissidio perpetuo, e inquietudini, e strazio sempre maggiori; fuggir, sdegner la calma, l'equilibrio, la misura. Si erge ad araldo e poeta di questa sua disperazione. E, come s'offre, con le aperte ferite dell'anima, come rappresenta il suo dolore, e involge della sua amarezza il mondo e la vita, egli  sincero; e colpisce quindi; s'insinua nell'anima dei capricciosi e malati che a lui si abbandonano. Se occorreva una rappresentazione fedele e viva di un mondo di passioni, torbido e tempestoso, di uno spogliarsi irrimediabile d'ogni illusione, o inganno ameno, o larva di piacere e di felicit in questa terra, ridotta a deserto, nessuno pi di Lord Byron aveva disposizione schietta per produrla, variando all'infinito, colle torture del suo io indomabile, sempre presenti, i pochi pensieri fondamentali, lugubri e tristi.
Poeta del dolore acerbo, che sdegna piet e sdegna sollievo e lenimento e lagrime e sospiri ("Pity, and smiles, and tears - which I had not; - And tenderness" - Manfred). Il pianto ammollisce; la preghiera toglie all'uomo dignit. Giaour sta solo, in disparte, e ride di chi solleva a Dio le inutili invocazioni. Entro i suoi turbini e la fosca luce l'eroe byroniano compie il suo corso fatale; non pu ricredersi, confessare una colpa, nutrire in cuore un pentimento; gli  morta la fede, spenta l'elegia; vana  la carit, come  vano l'amore. "Love, Fame, Ambition, Avarice - 'tis the same, - Each idle-and all ill-and none the worst; - For all are meteors with a different name, - And Death the sable smoke where vanishes the flame" (Childe Harold). Si subiscono gli eventi, che gi precipitano alla cieca; e si tollera l'intollerabil vita, mossa sul fondo eternamente grigio, monotono e cupo. Perch, veramente, si vive? Perch si agisce? E dovremo curvare la fronte al folle destino, abbandonarci alla polvere, al caos, alle ombre?
Poich il mondo  vuoto di ideali, non assistiamo nemmeno al loro tramonto, o al loro malinconico disciogliersi; e l'inaridimento del cuore segue inevitabile alla desolata concezione di questa vita inutile e tormentosa. Non ricordate il dolore e la disperazione del Leopardi, che nascevano da una ardenza d'amore, da un bisogno d'amore immenso e irrefrenabile in quel suo povero cuore. S'affanna il Leopardi ad imprecare, ad abbattere ed a distruggere; e si ricrea fiorente ognora la vita sulle rovine che decreta, la vita, che dalla negazione stessa si svincola rigogliosa; e aduna le fronde atterrate; e ancor si pasce d'inganni, di sogni, di chimere e liete parvenze. Dal cuore asciutto altro non sorge che disprezzo e noia; e il poeta, che grida il vuoto dell'esistenza, cos saturo di amarezza, con una convinzione cos tenace, non ti d, negando la vita, un alito di amore; ti lascia nell'indifferenza e nel gelo, senza speranze e senza inganni. Eppure, Alfred de Vigny, che byronizzava pertinace un tempo, s'illudeva di trovare non spoglia del suo verde la vita, maledetta e franta dal suo poeta: "il aflige l'me sans la desscher, tandis qu'avec le mme fonds d'ides les philosophes du XVIIIe sicle engourdissent l'me et dtruisent toutes les esprances de la vie".
...
Alla schietta rappresentazione del muto dolore e dell'inaridimento della vita risponde nel poeta l'immagine, pure schietta e verace, della noia che gli consuma il cuore. Il corpo ha pur tanta salute; aspira a godere,  avido di piacere, ricerca lo sfarzo, l'impiego della sua energia, del suo vigore, e lotta con lo spirito, affranto dalla nascita, ammalato e esausto, e inesorabilmente avverso ad ogni cura o rimedio.  sventura somma avvezzarsi a patire ed a languire, senza la sferza delle sciagure reali, e le afflizioni dei miseri battuti dal crudo destino. Pi delle avversit addolora l'uniforme distendersi dei giorni inerti, e l'incapacit di distrarsi, di uscire dalla tetraggine, dall'apatia e dal disdegno; miracolo ancora restasse al Lord, creatosi poeta, la volont tenace di esprimere e rivelare al mondo questa sua gran noia e il disgusto immenso; e producesse, allineasse i suoi frammenti, come per soffocare l'interno travaglio e coprire il vuoto tragico a cui vedevasi in preda. Diceva lo Chateaubriand d'essersi annoiato gi nel ventre della madre; nelle esplosioni sue Lord Byron confessa il suo continuo tedio: "I am oppressed with ennui" (1804) - "I am ennuy" (1913) - "What is the reason that I have been all my lifetime, more or less ennuy?" (1821). E non vi  poro nella vita degli eroi byroniani in cui non entri il fastidio della vita, l'immenso tedio e disgusto. Si effondono in parole; aprono tutte le valvole del loro cuore consunto; e perdurano, con questo sciupo di forze e di declamazioni, nell'impassibilit del dolore. I monti, gli oceani, le stelle pi fulgide accese nei cieli, le albe pi ridenti, gl'infocati tramonti, gli uragani pi violenti che si scatenano in terra, le passioni pi tumultuose rovesciate nel cuore, le scene di natura, gli alti silenzi, gli spettacoli di grandezza e sublimit invocati - insoddisfatta e malata in perpetuo, l'anima a tutto si aggrappa con frenesia; si crea le immagini, le distrazioni, che la ripiombano, disperata e lacera, nei suoi baratri e nelle tenebre profonde.
Il giovane ha gi il solco di una stanchezza decrepita: "and with the ills of Eld mine earlier years alloy'd" (Childe Harold). Di un funebre ammanto appare coperto il mondo; pi lo interroghi, pi cresce in te il disgusto; e le visioni tue si fanno sempre pi cupe e lugubri. Il poeta s'arresta al "Sogno" di una distruzione di questo folle universo; chiuso all'alto il cielo, oscurato il sole, incenerita la terra, spento l'amore, disfatte le schiatte umane; morranno allora gli esseri miseri, inorriditi del loro proprio aspetto. Si compiace visibilmente di rappresentare il mondo (Heaven and Earth) alla vigilia del diluvio, e le scene di spavento e d'orrore al sommergersi della terra nell'immensa rovina. Potr mai scomparire questa macchia del peccato d'origine, voluta del cieco destino, il potere ascoso che opera a danno di tutti, e genera ogni sorta di mali, tutti i dolori che vediamo, e quelli che non vediamo ancora - "which throb through - The immedicable soul, whit heart-aches ever new?" (Childe Harold).
L'armonia delle cose, chi mai avr cuore di concepirla? Decisamente, la nostra esistenza  generata da una falsa natura ("our life is a false nature"); e, finch duriamo, nessuna forza ci toglier a questo arbitrio fatale della creazione; tragitteremo per una selva di misteri, senza scopo e senza pace. Bisogna avere il coraggio di guardare in viso alla sorte decretata, senza flettere, convinti che i dolori maggiori toccano alle anime pi grandi e solitarie; e, infine, poich tutto  vano, e la vita non  che un guizzo fugace, e soccombono rassegnati, senza gemito, anche gli animali pi ignobili, ci converr essere forti, sorridere alle ombre nere, tollerare il peso d'ogni sciagura - "it is but for a day" - "yet let us ponder boldly" - Quando a Lara si stringono le ombre sugli occhi torbidi, si estinguono tacite le memorie del passato; e l'eroe sen va, senza tremito, "so unrepentant, dark and passionless". Ma il poeta, che ragiona, e s'impone la rassegnazione stoica, fredda e tenace, non si toglie all'aspetto dei suoi dolori, e s'inabissa nei suoi baratri; tocca e lacera le piaghe e trafitture; grida il suo spasimo - "I dwell in my despair - And live, and live for ever" -; accusa il fato, quel vivere "to wear within myself, - This barrenness of spirit, and to be - My own soul's sepulchre" (Manfred).
Nel deserto del cuore non vi  voce di Dio che s'insinui; non pu allignarvi una fede, la certezza che incombono ad ognuno obblighi e doveri, che si ha una missione da compiere, avvenga quello che dovr avvenire.  singolare che il Byron si ribellasse alle accuse di ateismo lanciategli, e ostentasse certe velleit di cristianesimo, che dispiacevano allo Shelley. In fondo, l'irreligiosit  sua natura; e se, a tratti, blandisce qualche sua asprezza, e s'intenerisce, accenna a Dio e ad un mondo sovrannaturale, si turba al mistero della vita, e non disdegna le preghiere dei credenti, e intona, una volta almeno, l'Ave Maria, nell'ora in cui muore il giorno, e le squille lontane pungono il cuore - "the deep bell in the distant tower... And not a breath crept through the rosy air, - And yet the forest leaves seem'd stirr'd with prayer" (Don Juan) - non  tocco che alla superficie; i ricordi dell'et passata, reminiscenze d'altri poeti gli suggeriscono quei pochi versi, in cui l'imprecazione tace, e si riconosce una forza arcana, un Dio ignoto, reggitore dell'universo, che ci piega su di noi, taciti, nell'intimo raccoglimento. Le credenze superstiziose nel poeta, che accoglieva le leggende pi paurose e le rifoggiava a suo capriccio, sostituivano la fede viva e operosa.
Afferma ch'egli ha devozione in cuore - "I am always most religious upon a sun-shiny day; as if there was some association between an internal approach to greater light and purity"; immagina un giorno di sciogliere un poema alla religione, emulando il Moore; lo attrae il rito pomposo dei Cattolici, seccato dell'aridit ed austerit puritana; vuol sorprendere, confessandosi buon cattolico, buon cristiano "I incline, myself, very much to the Catholic doctrines" - "I do assure you that I am a very good Christian" (1822) - bizzarrie, impressioni fugaci - e pare che il poeta volesse illudersi a viva forza sul vuoto immenso ch'era nell'anima sua. Tutti gl'impeti di grande e focosa e irrefrenabile passionalit sorgono dalla fede distrutta, dagli abissi scavati nella coscienza; e sono demenze di un solitario, a cui  negata ogni comunicazione con Dio. E le importune e insistenti domande mosse dai suoi eroi sul perch di questa grama esistenza, sui misteri che ci avvolgono, approdano all'indifferenza e al quietismo. Indagare oltre, speculare sulla vita che si aspetterebbe all'al di l, gi sufficientemente miseri come siamo quaggi,  folla - "I will have nothing to do with your immortality", scrive il Byron all'Hodgson, nel 1811; e gi parecchi anni prima diceva che Natura l'aveva disposto all'indifferenza, isolato com'egli trovavasi sulla terra. Parlategli di Dio e della religione - "Of Religion I know nothing, at least in its favour". Poi s'inquieta della sua miscredenza; ha qualche bagliore sinistro della vita futura; gli par bene che l'anima, rinchiusa in quella carcassa del corpo, non si distrugga dalla morte terrena; e s'arrende al primo tormento del dubbio - "the whole thing is inscrutable".
Ride dei dogmi e ride della Chiesa. Pu esserci un Dio ("I believe doubtless in God"); di fronte a lui ponetegli l'uomo, in tutta la sua grande miseria, ma sdegnoso di conforto, solo a filare la spola degli eventi. Il cielo e lui - "I shall not choose a mortal - To be my mediator". Vorrebbe temprare lo spirito alla rigida fermezza; sar lui unico giudice delle sue azioni. E l'occhio spazia nella solitudine immensa; si affisa nel lontano orizzonte. Alla soglia della morte, Manfred dice di essersi reso famigliare coll'Eternit; ma il battito dell'eterno non  nella sua anima franta; non lo sfiora il misticismo, e cieco s'immerge negli abissi dei tempi.
A volte le ire condensate per la folle creazione di Dio ("a glorious blunder" - Don Juan) escono in accuse violente. Veramente, l'opera di Dio non intese all'ordine, ma mise in tutto lo scompiglio; non provvide a creare, ma a distruggere; si plasm un mondo di torture e di affanni ("the implacable Omnipotent... let it be his shame - To make a world for torture" - Heaven and Earth). L'uomo non  che il misero trastullo della divinit, strumento di un potere tirannico, battuto, schernito, quando pi invoca clemenza e piet. Caino  spinto al suo omicidio fatale. Non ha Iddio pi piacere ai sacrifici cruenti che all'offerta dei frutti dei campi?
His pleasure! what was high pleasure in
The fumes of scorching flash and smoking blood,
To the pain of the bleating mothers, which
Still yearn for their dead offspring? or the pangs
Of the sad ignorant victims underneath
Thy pious knife?(8).
Lo soccorre nelle sue invettive l'irata e accesa parola dei profeti. Come ruggivano i Salmisti del Vecchio Testamento immaginava dover ruggire e tuonare lui. Si arma delle furie di Ezechiele, di Geremia, di Isaia (The Darkness); sferza e atterra; giudica, accusa e condanna, incapace di mitezza e di perdono. Fanciullo, lo movevano gi i versetti dei salmi antichi; ed  poi un assiduo e fervente lettore della Bibbia, che seconda quel suo istintivo bisogno di esaltazione, la veemenza e violenza dell'espressione, la gravit sentenziosa, con cui amava coprire le esuberanze del sentimento. Sugli inni dei vecchi profeti solfeggia le "Melodie ebraiche"; declama; ed  ritenuto sincero persino dal Goethe, che lo credeva nato per dare veste drammatica all'antico Testamento. Una Torre di Babele cantata da Lord Byron, come ci avrebbe colpiti e scossi! La Bibbia induce il bardo britannico a buttare all'aria le scuole e le tradizioni rispettate; conferisce certo tono solenne e altero alla sua Musa, piegata al riso e allo scherno; avvicina il poeta alla natura; gli suggerisce le immagini di grandezza. Passano sulle labbra degli atleti byroniani del dolore e della sventura le grida strazianti, i lamenti di Giobbe e di Davide; e i Vangeli soccorrono la fantasia che s'accende, la voce che s'ingrossa, quando si descrive l'inabissarsi nei regni della morte, la distruzione delle stirpi, sommerse dai flutti che non avranno fine, distesi ovunque sulla terra, mutata in oceano, allor che nessun soffio, tranne quello dei venti, agiter le acque, e gli angeli stancheranno le ali, senza trovare luogo ove posare (Heaven and Earth).
Quando il disgusto pi amaro l'abbandona, e tacciono le ire, il poeta scorda il Dio distruttore e sterminatore, e amoreggia con le idee panteistiche dello Shelley. Ritiene l'uomo destinato ad essere assorbito nel gran Tutto; e ammette uno spirito animatore dell'universo. Oceano, terra, aria, stelle, tutto ubbidisce a questo spirito pulsante in ogni atomo del creato; nessuna foglia, nessun raggio, nessun soffio di questo mondo, che non abbia la sua parte assegnata all'esistenza universale e sia cos voluto da chi tutto immagin e tutto protesse. L'uomo, isolato dal Tutto,  un nulla miserabile e sprezzabile; e vive solo, mescolato, inglobato all'universo - "I live not in myself, but I become - Portion of that around me; and to me - High mountains are a feeling" (Childe Harold). Manfred loda in Astarte quel senso di comprensione per l'universo, che a lui l'accomuna. Ma sono pensieri imposti, distilli dal cervello, che lasciano freddo il cuore. Un mondo cos scisso, in scompiglio e delirante, potr essere ripreso da chi follemente lo plasm, perch ubbidisca alle leggi sovrane d'ordine e di misura, e appaia miracolo di armonia e di saggezza?
...
Questo poeta di nessuna fede immagina costrutto un tempio immenso in cui troneggia la natura e aleggia il gran dio dell'universo; e in quel tempio si raccoglie, e ragiona, e sogna, e s'esalta. L'anima sua gli parr una particella della grand'anima pulsante nella terra e nei cieli, destinata a tornare e a ricongiungersi alla madre antica. Le montagne, i flutti del mare e i cieli, non sono una parte di me e della mia anima, e non sono io stesso una parte di loro? Ritrovate questo vangelo nel Childe Harold, come nel Don Juan, e in tutti i frammenti dell'opera del poeta. La chiesa mia sar l'oceano; comprender la terra, l'aria, le stelle, tutto quanto emana dallo spirito supremo, che cre il nostro spirito, per poi riprenderselo. Nella natura, che contempla e divinizza, non vedr che un riflesso della sua propria anima, "a mirror of my heart", come afferma nelle Stanzas to Po - "Are not thy waters sweeping, dark and strong? - Such as my feelings were and are, thou art; - And such as thou art were my passions loing". - E si compiace di trovare le intime corrispondenze tra l'essere suo, le passioni che l'attristano e lo divorano, con la natura che lo circonda; e intensifica cos la sua agitatissima vita. E, nell'irrequietudine immensa, varia all'infinito gli spettacoli che offre alla sua contemplazione.
Vivono con lui e per lui le stelle; vivono i monti - "Are the waves - Without a spirit? Are the dropping caves - Without a feeling in their silent tears?" (The Island). L'intimo colloquio con la natura vivente  la sua distrazione maggiore. Diceva il Rousseau "vivant entre moi et la nature, je gotais une douceur infinie  penser que je n'tais pas seul, que je ne conversais pas avec un tre insensible et mort". Gli uomini non vi comprendono; non hanno cuore; sono bassi e volgari. E il poeta, docile ai suoi capricci, separa l'uomo dalla natura, torna a scindere l'indivisibile gran tutto, deprime la creatura umana, per sollevare quanto  fuori dal vil gregge, prodiga le sue antitesi, grida anatema a chi disprezza, scioglie i suoi inni alla natura, che benedice, che chiama coi nomi pi dolci: "dear Nature is the kindest mother still". Pi appare selvaggia, e pi ti  benefica e ti stringe al cuore. In ogni tappa  compagna al poeta l'istintiva avversione per gli uomini, l'odio per le turbe. Ripugna a lui, come a Manfred, mescolarsi a loro; bisogna trincerarsi e vivere soli. Nel deserto di uomini campeggeranno gli eroi solitari, stranieri a tutti, blocchi erratici che non si smuovono. E solo  Lara: "He stood a stranger in this breathing world, - An erring spirit from another hurl'd". Muore, senza che a nessuno mai confidasse il segreto della sua esistenza. Manfred vanta quel suo aggirarsi nelle regioni deserte, dove respira la forte aria dei monti coperti dai geli eterni, e il voluttuoso immergersi nelle acque dei torrenti, e il confondersi coi vortici di un mare in tempesta. Childe Harold chiama suoi amici i monti, sua patria il mare; il muto linguaggio delle foreste e delle increspate onde dell'oceano gli riuscir pi gradito e aperto d'ogni favella umana. - Fuggiamo il mondo e le turbe irrequiete, "ove ognuno  codardo", abbandoniamoci agli impeti e alle furie del mare, e solleviamoci sulle altissime vette, ove l'aquila non osa porre il nido, e il pensiero libero si svincola, simile all'abete cresciuto tra i crepacci delle nude roccie.
In fondo, il poeta non sa abbandonarsi ingenuo alla natura, ed ama comandarla, possederla, dominarla, disporla e ordinarla secondo i suoi capricci, a immagine sua, come faceva il Rousseau. Come  oscura e ferita l'anima, oscura similmente, selvaggia e cupa dev'essere la natura. Diceva il Rousseau, nell'epistola al Malesherbes: "Il me faut des torrents, des rochers, des sapins, des bois noirs, des montagnes, des chemins rabouteux  monter et  descendre, des prcipices  mes cts qui me fassent bien peur". E il Lord solitario trasceglie le solitudini che pi gli convengono, e alle quali non pu rinunziare; entro esse culla il suo dolore, ammansa gli sdegni acerbi - "Dear Nature, - Oh! she is fairest in her features wild, - Where nothing polish'd dare pollute her path - To me by day or night she ever smiled, - Though I have mark'd her vohen none other hath, - And sought her more and more, and loved her best in wrath" (Childe Harold). Vuol goderli solo questi suoi superbi spettacoli; e impreca a chi ritrova pur fuggente nei luoghi deserti. Dalla prima giovent innanzi, dice Manfred, "my spirit walk'd not with the souls of men"; e avr piacere solo quando sar sulle selvagge alture, "to breathe - the difficult air of the iced mountains", o voler sui flutti irati dell'Oceano, o fisser i lampi guizanti nei cieli, o vedr nell'autunno cadere le foglie nelle foreste intristite. Childe Harold parla dei suoi intimi colloqui con la natura; felice quando pu fuggire la societ, evitare "the shock of men", lanciarsi o sostare all'orlo degli abissi:
To sit on rocks, to muse o'er flood and fell,
To slowly trace the forest's shady scene,
Where things that own not man's dominion dwell
And mortal foot hath ne'er or rarely been;
To climb the trackless mountain all unseen,
With the wild flock that never needs a fold;
Alone o'er steeps and foaming falls to lean;
This is not solitude; 'tis but to hold
Converse with Nature's charms, and view her stores unroll'd.(9)
Dovunque, nell'opera del poeta, disgustato della vita, ritrovi il disdegno amaro per la societ, e il rumore fastidioso della vita corrente, il desiderio struggente di appartarsi solo, di errare tra' boschi e per luoghi inaccessibili e selvaggi, non battuti da strade e sentieri, la passione per l'erme contrade, i deserti d'uomini, le roccie e i precipizi. "Oh! that the desert were my dwelling-place!", esclama il suo Aroldo. Dimenticare le schiatte umane, essere soli, significa intensificare la vita, agire possentemente, agire, declamando, esalando il dolor cupo, come fanno tutti gli eroi byroniani. Isolato e solo, Manfred, come lo Stockmann ibseniano, sente in s centuplicate le forze, e fremito di leone: "The lion is alone and so am I".
Ma  un solitario, che vuol pure riempire di s l'universo, e non si raccoglie mai, e s'affanna a popolare i suoi deserti. "My solitude is solitude no more, - But peopled with the Furies". Morrebbe, se non desse fiamme alla sua immaginazione, se non ritrovasse chi l'acclama e l'accarezza e lo riconosce grande e infelice, dove fugge e si rintana, nelle sue isole, entro le sue grotte, sulle sue alture. I sogni suoi, le estasi folli, i tormenti e le ansie del suo lacero cuore sono la realt sua pi tangibile e pi intensamente vissuta. Gli piovono cos nella mente accesa i suoi fantasmi. E ritrova compagno il Rousseau che, nell'epistola al Malesherbes, diceva: "Mon imagination ne laissait pas longtemps dserte la terre. Je la peuplais bientt d'tres selon mon cur... Je m'en formais une socit charmante...; je me faisais un sicle d'or  ma fantasie. La nature se peuple pour son usage d'tres selon son cur". Per sedare le furie, che l'agitano, a quali fantasmi s'aggrappa il poeta! Quanto rumore e scompiglio pone nella terra e nei cieli! Pu narrare Childe Harold: "Why thought seeks refuge in lone caves, yet rife - With airy images, and shapes which dwell - Still unimpair'd, though old, in the soul's haunted cell" - "He would watch the stars, - Til he had peopled them with being bright - As their own beams". La natura  un grande scenario, in cui il poeta campeggia, e recita, e glorifica, esalta, benedice, o impreca. Uno scenario vivente, animatissimo, mutabile a capriccio e all'infinito. L'anima, tolta all'uomo, creazione indegna e manchevole,  messa in cuore alla natura. E il linguaggio che Dio le accorda  cos carezzevole e insinuante! E quando gli elementi si agitano e infuriano le tempeste, il loro ruggito e il fremito risponde cos bene all'infuriare strepitoso dello sdegnoso Lord, mosso dai turbini e dalle procelle! - "Ye Elements, in whose ennobling stir - I feel myself exalted" (Childe Harold).
Per ogni sosta o passaggio, in quel suo peregrinare di terra in terra, si crea le sue belle decorazioni, anima i suoi quadri, perch rispondano al suo stato d'animo, e lo distraggano dalla sua noia mortale, lo provvedano di immagini, lo dispongano all'estasi e alla contemplazione. A questi suoi spettacoli di natura, alle scene eroiche, alle scene idilliche e pastorali, dov' silenzio e mistero, o sibilo o stridore o gemito di bufera, egli tutto si concede e si abbandona; allevia le sue pene; gode; ha almeno una sembianza di godimento; e rasserena l'occhio, franto dalle visioni tenebrose. Dalle brume opprimenti in patria fugge dov' luce o azzurro, gran festa di colori, nitidi e marcati contorni, splendore di cielo, placido abbandono di rovine, fiori e piante lussureggianti, ampie distese di mari, che le folgori percuotono, o coperti di scintille e di gemme, lanciate dal sole e dalle stelle. Pi il paesaggio  esotico, pi seduce e affascina. Intona nella Grecia il "Kennst du das Land". Ordina a s medesimo la grande commozione. Ritrae, dipinge, descrive. Lo sfondo, su cui campeggiano i suoi eroi, ha risalto, luce e vita, pi dell'azione stessa che il poeta svolge, battuta tra le ombre e la morte. Il quadro scompare; rimane la cornice. Ed  questa unicamente: la poesia descrittiva, un po' fastosa, eppur sincera, animata e limpida, che s' salvata dal naufragio dell'ammiratissima arte byroniana, la sola sopravvissuta, che ancora colpisce oggid.
E ci sovveniamo dei versi che ritraggono la morta citt degli "orfani del cuore", madre degl'imperi che si dissolvono, cullata nel silenzio, mentre la luna ascende all'orizzonte e si posa tra gli ultimi archi del Colosseo in rovina: rivediamo le albe rosseggianti e gli infocati tramonti, quel discendere a precipizio del sole, dopo un estremo addio lanciato al mondo che abbandona, orbandolo d'ogni luce, inabissandosi nei flutti, raggiante in volto, simile ad un eroe che a capofitto si lancia entro la sua tomba (The Island). Simili ad isole fiammeggianti, splendono nell'azzurro del cielo le stelle - "the studded archipelago, - O'er whose blue bosom rose the starry isles" (Island); tutta la poesia del cielo  raccolta in loro; vivono; commiserano l'acerbo destino degli uomini; e dicon pace, mentre rugge la guerra al basso. L'anfiteatro delle cime alpestri, specchiato nelle acque lambenti le mura del castello di Chillon, le nevose sierre della Spagna, le alture selvagge, ove lo spirito di Manfred si strugge, dove appena annidano le aquile, e sdegna il verde il nudo granito delle roccie, sembrano dar ricovero all'anima piagata del poeta e accogliere le confidenze pi intime. E ancora ci muove il verso che inneggia alla bufera che si scatena, all'agitarsi e ululare del vento, mentre all'alto passan nere e sinistre le nubi.
Ma al fremito delle onde va il palpito pi vivo del cuore del poeta, "fils de l'onde marine", come lo chiama Leconte de Lisle. Il mare e l'eterno battere dei flutti secondano il suo fantasticare vago e indeciso, cullano le sue passioni, alimentano i suoi sogni, gli sussurrano arcani e misteri. Si porta sulle roccie sporgenti, tocche appena dai piedi umani, asilo prediletto de' suoi eroi; e quivi posa, solitario e triste; e l'occhio si perde nell'immenso orizzonte; e lo spirito si affida alle acque scorrenti, errando alla ventura, mentre il pensiero tace, o vanisce e si estingue. Lo placa l'Oceano in calma, il riso soave, il mormorio sommesso delle onde del placido Lemano, "which warns me, with its stillness, to forsake - Earth's troubled water for a purer spring" (Childe Harold). Ci sovveniamo di una notte lunare nel The Siege of Corinth, addormentata nell'onde:
Blue roll the waters, blue the sky
Spreads like an Ocean hung on high,
Bespangled with these isles of light...
The waves on either shore lay there
Calm, clear, and azure as the air;
And scarce their foam the pebbles shook,
But murmur'd meekly as the brook.
The winds were pillow'd on the waves...(10).
All'urto veemente delle sue passioni, al turbinare perpetuo di quella sua anima in pena pi si confacevano le acque uscite dal placido riposo, sollevate, torbide e minacciose, un mare in tempesta, che geme e urla e sibila e rugge, e par secondi lo strazio, rifletta i misteriosi terrori e il fremito dei suoi pirati e corsari, lanciati alle onde burrascose della vita. Al muoversi a brividi di quell'onde egli s'ispira; quello stridere di tempeste  l'immagine della sua poesia, il grido convulso, il gemito del suo cuore - "on dit que, quand les vents roulent ton onde en poudre, - sa voix est dans tes cris et son il dans ta foudre" - diceva il Lamartine, sovvenendosi di Lord Byron alle rive del Lemano. E, dei torrenti dei versi byroniani, precipitati con tanto strepito nel mare dell'oblo,  rimasta l'espressione del tumultuare e flagellare della natura, come riflesso degli istinti irrefrenati, dei dissidi violenti e degli arcani dolori nel cuore dell'uomo, ferito e fuori dei lidi di pace. Perch non avrebbe forza e virt di poesia un'arte che riproduce viva quest'angoscia, e si affeziona a tutti gli smarrimenti e alle bufere dell'anima?
Franto sulle spiagge, battute dalle onde sfrenate e furenti, remotissimo da ogni consorzio umano, ricurvo nei cupi abissi dell'anima, sdegnoso di conforto e di comunicazione, consapevole della propria grandezza, perduta entro il gran mare della vanit dell'universo, passa, col respiro delle passioni indomabili, l'eroe byroniano l'inutile e misteriosa e infeconda vita. E non invoca il sonno, come i colossi, le sfingi e gli atleti michelangioleschi; non chiede pace, come il Mos di Alfred de Vigny - "O Seigneur, j'ai vcu puissant et solitaire, - Laissez-moi m'endormir du sommeil de la terre" -. E si compiace di questo abbandono altero e dell'immensa sventura; si contorce nel dolore; grida ai deserti il suo spasimo; ma cade e si spegne, senza una lagrima sul volto impietrito; e non  chi lo pianga, e lo commiseri, e getti un fiore sulla sua tomba.
...
Si  tanto decantata questa fiera indipendenza del poeta; e, delle sue ire e invettive contro i governi despotici e gli oppressori de' popoli, si  fatto come un vangelo di uno spirito eccelso, anelante alla libert. Byron apparve come apostolo e redentore delle stirpi, soccorritore dei miseri, dannati a schiavit, ispiratore d'alti concetti, ideale d'uomo e di cittadino anche per il Mazzini. Davvero pu condurre a libert vera il Lord britannico, chiuso in s, preda eterna alle passioni pi tumultuose, senza ferme convinzioni, senza un faro di luce che innanzi gli splenda, e un messaggio da compiere? Non si  confusa l'irruenza, la veemenza e focosit, che il Byron ha comuni con l'Alfieri, con l'accensione di amore e di umanit degli spiriti forti e costanti, capaci di comunicare questo loro fuoco interiore, di destare negli umili le energie sopite, perch cadessero le catene del servaggio, e l'anima oppressa si sollevasse alla luce e al sole? Ma la gran voga byroniana doveva comprendere anche i furori e le folgori contro la tirannide esecrata, l'amoreggiare cogli spiriti rivoluzionari, le distrazioni patriottiche del poeta, che di tutto si disgustava e si annoiava; e verbo di fede viva si  detta la rumoreggiante declamazione.
Nel proprio petto Lord Byron convergeva il mondo e la vita intera; e i gridi d'angoscia e di affanno, che gli uscivano, erano l'espressione della pena sua cocente e struggente. I contemporanei li intesero come espressione di un dolore covante nelle viscere di tutti gl'infelici, tiranneggiati da leggi inique, imposte da un mal governo e da una folle societ. Odiava il poeta il volgo; non accedeva alla vita degli umili; non sment mai, bench s forte ruggisse libert e indipendenza, la sua natura aristocratica; non lo toccarono i sogni di una fratellanza ed eguaglianza universali. Mescolato ai torbidi, alle sommosse, alle congiure e ribellioni, per bisogno di azione, non si associ e non si congiunse mai veramente alle turbe frementi; port ovunque la rocca altera del suo io indomabile, "the indomitable spirit of Manfred", che pur colpiva Goethe nei colloqui con Crabb Robinson. L'insorgere fiero contro ogni dominio despotico ("my plain, sworn, downright detestation of every despotism in every nation" - Don Juan) gli acquistava le simpatie e gli entusiasmi dei patriotti, che veramente operavano ed edificavano, come il Mazzini, prontissimo a riconoscere nel poeta la preferenza accordata all'"attivit pratica nell'operare il bene con pi meravigliosi risultati della sua arte", convinto ch'egli "non mai manc alle simpatie umane", "non mai devi dalla sua coraggiosa opposizione", e, "in faccia al mondo mantenne la sua fede nei diritti del popolo, nel finale trionfo della libert". Come troppe volte avviene, le parole e sentenze dei grandi ribelli, le smanie, le furie e gli eccitamenti appaiono atti di valore, virt magnanime compiute.
Poteva essere gagliardo il sentimento nel poeta, che ci ricorda il forte e sdegnoso sentire e inveire dell'Alfieri; ma il pensiero era pur debole, tronco e rigido; e il vangelo politico di Lord Byron non differisce gran fatto dall'"alta scienza" alfieriana, compendiata nel verso: "Schiavi spregiare ed abborrir tiranni". Pure Byron si compiace di restringere ad un solo odio tutta la sua sapienza organizzatrice dei popoli e delle nazioni: "I am simplified my politics into an utler detestation of all existing governments"; e di questo odio anima le sue focose e verbose tragedie; drizza, acceso a quest'odio, gli strali contro principi, sovrani e re, "these scoundred sovereigns, these tarantulas, antropophagi, butchers, hell's pollution, coxcombs"; inferocisce nei discorsi; giudica e condanna; abbatte; e non si sa bene chi intenda sollevare. Che importano a lui le repubbliche e i regni e gl'imperi? Perch tanto infuriate, o poeta, e vi consumate in discorsi ardenti, e sciupate tanta audacia e intrepidit? "Give me a republic. The king-times are fast finishing; there will be blood shed like waters and tears like mist, but the peoples will conquer in the end. I shall not live to see it, but I foresee it". Previsione facile, che altri ebbero pure comune, e che non allarga l'angusto orizzonte del pensiero del gran Lord, insofferente di catene e di giogo, ma pur sempre ricacciato ai tartari dell'anima sua solitaria.
Or non ci commuovono, n i ditirambi del Mazzini: "l'eterno spirito del libero intelletto non mai assunse fra noi pi splendida sembianza", n l'appassionata apostrofe della Sand: "A toi Byron, prophte dsol, pote plus dchir que Job et plus inspir que Jrmie, les peuples de toutes les nations ouvriront le panthon des librateurs de la pense et des amants de l'idal". Questo propugnatore e difensore dei diritti dei popoli mosse la fantasia degli incensatori. Il fervore d'umanit copre l'unico grande e violentissimo amore, quello per l'eccezionale persona propria, fatta centro dell'universo. Gli altri amori sono distrazioni, segute per il gran peso e fastidio che incombeva sulla vita. L'Italia, terra di glorie e di sventure, con le rovine dell'antica grandezza e potenza, e il fascino della natura e dell'arte, l'immagine delle et eroiche tramontate, la voluttuosa bellezza delle sue donne, l'azzurro del suo cielo, la limpida distesa dei suoi mari, gli spettacoli, le feste di luce e di colore, le passioni che vi si agitano, tutto contrastava con la freddezza e monotona austerit della nata terra, che il poeta fuggiva. E l'Italia fu per lui come un'amante che si accarezza, perch si possiede e si gode. Ripetere ancora, con lo Zumbini, che il Byron fu "maestro d'italianismo", che "delle nostre condizioni storiche egli ebbe un concetto pi vero, pi certo e pi conforme a quello degli stessi italiani, che non avessero avuto altri stranieri venuti tra noi", inneggiare ancora, come avviene in lavori che ora si pubblicano, all'ampiezza e saldezza delle conoscenze italiche byroniane, e alle grandi benemerenze acquistate nella terra che il Byron predilesse,  mostrare poco accorgimento e conoscenza manchevole della natura e degl'istinti del poeta.
Alla libert spirituale, "che  s cara, - come sa chi per lei vita rifiuta", nessun anelito vero negli eroi di questo poeta liberissimo e sfrenatissimo; corrono di tormento in tormento alle conquiste che confusamente vagheggiano; si pongono affranti sulle alture; gridano a un Dio, che non li riconosce e non li ode, il loro dolore. Cupi delitti, che nessuno indovina, rapine, o azioni magnanime incombono con egual peso sull'anima triste; e non v' luce che vinca le tenebre addensate all'interiore; s'inarca invano il cielo e invano splendono le stelle su di loro; e certo sono liberi; non hanno ceppi; non riconoscono impero e comando; nessuno li doma; ridono di Dio e ridono del demonio; in disparte e nei deserti d'uomini sollevano il loro trono; e quivi si racchiudono, trincerati e soli; la libert di cui godono  sofferenza anch'essa, inasprimento delle loro ferite, dono superfluo. E il fastidio che traggono, che non avr mai termine, e di cui non si dnno ragione, lanciati nel vuoto, brancolanti nel vago e nell'indefinito, assai pi li stringe e li opprime delle catene stesse che infransero.
...
Caduti gli ideali, soppressa la fede, e senza mai stimolo ad aspirare all'alto, cresce nell'anima via via il disgusto e il risentimento amaro; la tristezza si fa acredine; e il poeta, che ha pure un bisogno immenso di luce, bandisce ogni raggio di luce dalla vita e dall'arte sua, che la rispecchia. Goethe doveva deplorare di non trovare in tutta l'opera del suo favorito "fast nicht ein heiteres Sujet". Annoiato e seccato, gli  impossibile contenersi; attizza gli sdegni; accende le ire; insoddisfatto di tutto, s'impone di tutto biasimare e condannare. L'acredine gli diviene natura. Bisogna che, giudicando, egli imprechi, e, fantasticando, si crei i rivali che abborre e assale. L'opera sua gli si trasmuta, per necessit, in una perpetua polemica, e vi fa l'effetto di una continua aggressione. Prudono le mani al Lord iracondo; e, se non schiaffeggia, se non agita la sferza, lo sdegno lo divorerebbe. "My whole life was a contest", confessa ad un amico. Un protestare, un lottare, un menar colpi, e ferire ed essere ferito, senza posa, n tregua. E come del suo Rousseau, "the self-torturing sophist, wilde Rousseau", diceva, nel Childe Harold: "His life was one long war with self-sought foes"; del suo Manfred dir "My life hath been a combat - And every thought a wound".
Dovunque ti porti e dovunque s'agitano e delirano uomini, il mondo non ti offre che una commedia triste. Ridiamo di questo mondo, e flagelliamo questi uomini; che altro potremmo fare per uccidere la noia che mina in noi, e distrarci, e darci buon tempo? Lord Byron si compiaceva di vedere sempre aperta in s la vena satirica: "He believed satire to be his forte", diceva di lui il Dallas. E, infatti, i canti ch'egli scioglie, dagli "English Bards" agli ultimi frammenti del "Don Juan", le visioni, i sogni, gli "Hints from Horace", "The Curse of Minerva", tutto  satira, protesta amara e beffarda.
Il ritrarre, caricando, gli diventa abitudine, passione. Non ha la vita nessuno scopo, e non ha l'uomo nessun messaggio da compiere; ma il poeta s'impone come obbligo e missione questa caricatura ironica e mordace della vita che ha innanzi e degli uomini che disprezza. L'intenzione di colpire e di abbattere  pure in ogni canto che improvvisa; e il ghiaccio del pensiero urta costantemente con la lava del sentimento. Ma tutto ha l'aria di erompere e di scoppiare da un'anima in fiamme. Tutto esce a torrenti, a flutti, a scosse, a sbalzi; e par che un demonio infuriato prema e sospinga questa materia incandescente. Mai non si smentisce la violenza e turbolenza innata: non pu esserci mai freno o misura. Quanto si affolla alla mente deve rovesciarsi e precipitare nel verso, che trascina di tutto, e s'appesantisce con la zavorra pi plumbea, la prosa pi pedestre.
Lord Byron am un tempo (nel 1817) chiamarsi non misantropo, ma "a facetious companion"; ma  pur sempre remoto da lui l'allegro scherzo, come l'innocente burla o facezia. Non si convertono le "Hours of Idleness" in esalazioni di collera e di sdegno? Presumerebbe bonariet, indulgenza, un sol palpito d'amore nei giudizi che gli sorgono da un cuore spezzato e esacerbato? La satira  aspra e acre, perch non  nutrita di piet, e solo l'odio l'ingenera. Confessa, nel penultimo canto del "Don Juan":
None can hate
So much as I do any kind of wrangle;
And yet, such is my folly, or my fate,
I always knock my head against some angle
About the present, past, or future state(11).
Ci  un tarlo continuo che lo morde e l'induce a mordere altrui. Ride, ma sempre scomposto, sguaiatamente, con disgusto, con tutto il pianto dell'anima; e schiamazza, urla, strepita; e fremono nel verso le contumelie, come cascate che gi e gi precipitano.
Dovevano essere satire, ironici travestimenti, poemi burleschi le letture favorite; al Buratti si affeziona come all'Aretino; traduce il Pulci; imita il Berni; gusta persino la insipidezza del Casti; leva alle stelle il Pope, cos serio e cos pedante; e si diletta del Voltaire, come si dilettava l'Alfieri; ma dalla sottile e fine ed agilissima ironia voltairiana, come dall'umore blando, sereno e divino del Cervantes, egli  sempre discostissimo. Le grazie dovevan fuggirlo; eppure lo Shelley, mosso da affettuosa amicizia, pensava che a lui tornassero; e, nel '21, scrivendo all'amico, lodava nel Don Juan "the grace of the composition... the free and grand vigour of the conception". Certo, nella grande buffonata tragica, a cui  ridotta la vita, non tutto  sogghigno beffardo; e l'acerba rampogna tace talora, e lo scherno si tempera. La diabolica sinfonia accoglie pure qualche nota soave e solenne. Goethe, in vena lui stesso di satireggiare, quando ideava il secondo Faust, legge, con interesse, i due primi canti del Don Juan, che chiama (nel 1820) "ein grenzenlosgeniales Werk"; e, se dobbiamo prestar fede alle testimonianze del Crabb Robinson, trova un'insolita forza nella Vision of Judgment; e chiama alcune stanze di questo poema addirittura "sublimi".
Generate dal tumulto, tutte le opere byroniane sono poesie d'occasione, "Fugitiv Pieces", "Hours of Idleness", rapsodie. Dalla sua foga passionale gli veniva l'accensione ai suoi fantasmi; e scioglieva i suoi cantici allora, febbrilmente, quasi temendo che la calma sopraggiungesse a spezzargli la forza creatrice. Se non ruggono in cuore gl'infermi, il poeta non si desta. "Poetry is the expression of excited passion" - "Poetry, which is but passion". E teneva a questo suo vangelo; voleva, per poetare, fiamme e fiamme, tutta la foga e la pienezza del sentimento, tutto il tormento dell'anima. Gi nel '13 confessava al Moore: "All convulsions end with me in rhyme"; e assicura avere scritto la Bride of Abydos "in one of those paroxysms of passion and imagination". Poteva compiacersi delle sincere e diaboliche ebbrezze e frenesie che prendevan forma nei suoi frammenti versificati, e ritenersi poeta, "the new Prometheus of new man", quando pi fremeva entro lui la marea delle passioni, e maggiore era in lui la tensione e lo spasimo; a tratti, doveva pure avvedersi che non dalla esaltazione cieca e dalla veemenza passionale usciva, coll'afflato dell'eterno, la creazione artistica, e meglio valeva sottrarsi alla tirannide del sentimento, dominare le passioni tumultuanti, invece di esserne dominato; e invoca un po' di sereno e d'azzurro nella bufera che lo avvolge, e di qua e di l lo mena. - Bisogna ch'io pensi con minore turbolenza, e cessi il bollore di questo mio povero cervello che si volge frenetico entro un vortice di fantasmi e di fiamme. - Ma  troppo tardi - "My springs of life were poison'd". Varia a capriccio, poich non pu nutrire convinzione tenace, il suo canone estetico; e confessa (nel 1817) di scrivere in una specie di sonnambulismo passionale. La mia poesia, dice, "is the dream of my sleeping Passions; when they are awake, I cannot speak their language". Abbozza in una famosa lettera al Bowles una sua "Poetry of art"; s'illude e s'inganna; immagina dar luce agli Aristotili novelli; e getta ai quattro venti ogni teoria; obla le sentenze emesse, quando, con l'ardenza che lo trascina, compone e versifica.
E, come non s'arresta la corsa sfrenata del cavallo che trasporta Mazeppa, il correre del poeta pu continuare senza avere mai posa. Ad un frammento di poesia liberamente cento altri se ne possono aggiungere. L'ispirazione del momento dev'essere l'anima, il respiro dell'opera intera. N importa che quest'opera si disgreghi, che non vi sia centro a cui converga, che i canti, scuciti, sbandati, sorti or da questa or da quest'altra gran febbre dell'immaginazione, si congiungano e si stringano ad un sol corpo. Non avr mai il poeta un pensiero all'architettura dei suoi regni; e lascer che il caso, il turbinare dei suoi fantasmi ordini e disponga, oppure metta scompiglio e tenebre. Gli episodi e gl'incidenti si susseguono cos, senza una necessit interiore, senza logica e senza nesso o svolgimento: una ridda di guerre, di feste e spettacoli, di assedi, di massacri, di fughe, di inseguimenti, di rapine, di conquiste, di nozze, un caleidoscopio folle, ingigantito o immiserito dell'umana vita; la fantasia deve sgravarsi di tutto quanto la colpisce; di tutto  fatto argomento di poesia.
La poesia, l'epopea, senza limiti e senza fine, del suo cuore straziato,  fatta diario delle pi istantanee e fugaci impressioni. Creare  per lui un divagare perpetuo, un conceder l'anima con egual fervore alle cose grandi come alle cose minuscole, trascurabili e risibili, il giudizio, la critica, il commento di tutto quanto gli si appalesa. Riconosce lui stesso, nel Don Juan, questo sbandarsi fatale: "I must own, - If I have any fault, it is digression"; ma persiste in quest'"errore", nell'impossibilit di aver freno. Chi lo trattiene? Chi gli imporr misura, discrezione, silenzio? Questo rivelatore della "Profezia di Dante" e vaticinatore delle future et, malgrado i fremiti, le ire, e le tempeste, , tra i Britanni, il poeta meno dantesco sicuramente. Il verso suo non plasma e non incide; si stempera in una appassionata conversazione. Gli  facile imporsi di semplificare i conflitti che svolge nei suoi drammi, tutti di stampo alfieriano; sono cos scarse e saltuarie le esperienze dei suoi eroi! Ma, deliberatamente, e, consapevole della sua foga e impazienza, lascia liberissimo corso alla parola; non ammette ostacoli alle sue espansioni, non sopprime nulla; evita ogni sforzo e fatica. Le sue storie si svolgono come filastrocche di discorsi - "And never straining hard to versify, - I rattle on exactly as I'd talk - With any body in a ride or walk" (Don Juan). Cos si allinea "this sort of desultory rhyme" - But there's a conversational facility. - Which may round off an hour upon a time". E al Murray scrive (nel '21), soddisfatto, di aver ricondotto la poesia, per quanto era nelle sue forze, al linguaggio comune.
E immaginava cos di non offendere la natura, e di riprodurre l'ingenuit e freschezza dei primitivi. Ma quando l'anima condensa le energie, parler diffusa e disciolta, attenta al linguaggio comune? Dovevano esalarsi in arringhe tutte le virt magnanime degli eroi byroniani? Non era superfluo il verso a tali espansioni? Veramente, il poeta ha coscienza che il ritmo trascelto non era innato in lui, e non rispondeva ad un intimo bisogno. Rimava cos per indulgere alla moda e al capriccio; lo confessa nel Beppo; dice che sarebbe quasi tentato di ridiscendere alla vile prosa; e inonda di prosa infatti gli inni e i cantici che solleva, non rifuggendo dalle espressioni pi bislacche e triviali, accontentandosi troppe volte di una versificazione scialba, cascante e monotona.
Eppure, la preoccupazione del parlare bene, in tanta scioltezza e anarchia di favella, era costante in lui, e si compiaceva dei magnifici squarci d'eloquenza. Emula il sentenziare solenne della Bibbia, che riproduce nelle parti pi sostenute e gravi del suo Heaven and Earth. Sdegnoso com'egli  della folla e delle turbe, prende atteggiamento di oratore e di tribuno dei popoli; vuol persuadere, spronare alla virt, inculcare i suoi sdegni e le sue ire, predicare, "finch grideranno le pietre" (Don Juan); ragiona, prodiga le massime e le sentenze. La poesia gli si converte in un sermone, in un trattato di morale, o specchio di vita. In mezzo al dolor maggiore, Caino getta il ghiaccio della sua riflessione; e contempla, distrutto in apparenza, il cadavere di Abele: "His eyes are open! then he is not dead! - Death is like sleep". E certo si risveglieranno i dormenti alle fanfare squillanti e alle fortissime declamazioni del poeta.
Ricordiamo il Siege of Corinth, che s'annunzia con "Guns, Trumpes, Blunderbusses, Druns and Thunder". Da quel gran chiasso, dall'enfasi retorica demosteniana erano rapiti i contemporanei. "Imagine Demosthenes reciting a Philippic to the waves of the Atlantic", scriveva lo Shelley al Gisborne (verso il 1821); e chiamava fortunato l'amico, che toccava le corde, alle quali milioni di cuori rispondevano. Se lo chiamavano oratore, Byron stesso era felice; teneva alla sua eloquenza assai pi che alla sua poesia. Appena lo soddisfacevano i fasti oratorici della sua nazione; trovava manchevoli, non veramente eloquenti, Grattan, Pitt, Fox, Grey, Canning, Windham, Withbread, Holland, Lansdowne, Grenvilie, Ward, Peel, Wilberforce, capaci di spandere fiumi di parola, senza disporre di vera forza persuasiva. All'ideale che vagheggiava si avvicinavano solo Lord Chattam e il Burke; e quando lo Sheridan, che non teneva gran fatto alle virt dei poeti, lo complimenta, assicurandolo che sarebbe divenuto oratore: "I fould but take to speaking, and grow a parliament man" - egli  fiero di tale giudizio. N si comprende com'egli perseverasse a poetare, disposto com'era per natura ad arringare, e si spingesse alle solitudini e ai deserti, invece di avere scanno e potere nelle affollatissime assemblee, sprecando cos le sue doti predominanti, "much more oratorical and martial than poetical", deludendo le aspettative del suo gran patrono Drury, che dicevasi convintissimo, "that I should turn an orator, from my fluency, my turbulence, my voice, my copiousness of declamation, and my action". Goethe deplorava nel suo favorito l'occasione mancata di sgravare in discorsi parlamentari quello spirito di opposizione ch'era in lui, e lasciasse cos troppe scorie nella sua poesia; gran parte delle negazioni byroniane gli facevano l'effetto di "verhaltene Parlamentsreden".
 facile immaginare come illanguidisse il tragico con tale ginnastica verbale, esercitata con tanta ostinazione, e si riducesse al passionale e sentimentale; e il dramma, sommesso agli apparati scenici fastosi, perduto tra gli accessori e gli episodi brillanti, si trasmutasse in melodramma. Manca l'umilt, manca la santit della vera creazione. Tutto  inteso a far colpo ed a sbalordire. Questa scelta affannosa di eventi strani, di personaggi eccentrici, cos remoti dalla vita comune, eppure parlanti nel pi comune linguaggio, questo divincolamento di caratteri esuberanti e alteri, sempre prontissimi alle estreme deliberazioni, rivela un'evidente povert inventiva, e poca pratica e destrezza nel discendere nelle profondit del cuore e veder luce nei labirinti dell'anima. Non a torto il Leopardi, pi assennato qualche volta nei giudizi del Goethe medesimo, non vedeva che esteriorit, dove altri vantavano calore e vigore di spirito, "perch i caratteri e le passioni che descrive sono cos strani che non combaciano in verun modo col cuore di chi legge, ma ci cascano sopra disadattamente, come per angoli e spigoli, e l'impressione che ci fanno  molto pi esterna che interna". A quale particolare scienza "of human nature" volesse alludere Walter Scott, magnificando il Byron, fuori di misura, non so. Certo  che da questa scienza poco profitto ne trasse; inesperto nel plasmare anime, non nato per approfondire i caratteri, per studiare la natura verace, creare intrecci e svolgere azioni, egli insiste a preferenza nell'osservare, nel moralizzare, nel flagellare, e nel descrivere. La descrizione  il suo forte:
I won't describe, - that is, if I can help
Description; and I won't reflect, - that is,
If I can stave off thought, which - as a whelp
Clings to its teat - sticks to me through the abyss
Of this odd labyrinth; or as a the kelps
Holds by the rock: or as a lover's kiss
Drains its first draught of lips...(12).
L'azione, ridotta ad un deliberare violento e improvviso,  povera in ogni dramma o poema; e vagamente la suppone avvenuta il poeta, in molte sue fantasie, compiacendosi del ragionare suo e del descrivere. Pu esservi azione pi tenue di quella immaginata nel Mazeppa? Pensiamo alla virtuosit di Lope de Vega, capace di tessere tutto un dramma sulla fiaba dei "Prceles de Murcia". E, veramente,  miracolo che su di un fondo di avventure straordinarie, invariabile sino all'uniformit e alla monotonia, mai non si stancasse Lord Byron di ricamare e di tessere gli strani sogni e le accese visioni.
Quando non descrive, dipinge; ricerca i contrasti pi vivi, gli effetti pi sorprendenti di colore e di luce; e, come rivela nel discorrere la stoffa dell'oratore, nel ritrarre egli si manifesta appassionato quanto valente e paziente pittore di paesaggio. Si prova allora a frenare l'infrenabile impazienza; e s'indugia, s'attarda, sceglie, combina, orna, decora; compie, con quell'amore ch'egli rifiuta duramente all'uomo, l'"imagery", capricciosa e romantica, in cui si muovono le sue figure; prontissimo a difendere quella "poetry of Nature", che faceva riscontro anche presso gli antichi alla pittura dell'uomo, ed esaltava nel "Filotteto" di Sofocle, come nel "Midsummer Night's Dream" dello Shakespeare: "It is the roks, the cave, the wild and solitary scenery, the desert island, and the surrounding seas, all images of nature, that, mixed with the language of human passions derived from the same general nature, give this ancient and unique drama its peculiar charm".
...
Lo sfondo, la decorazione esteriore usurpano il posto serbato al dramma interiore. La luce si disperde; l'episodio ha vita staccata; e non ha rilievo l'insieme dell'opera, nebulosa sempre e misteriosa; e sono figure evanescenti gli eroi stessi, fantasmi colossali, che non sai dove posino, e che nessuno afferra. Alfred de Vigny, ch'era pure byroniano ardente, diceva del Lara: "Le rcit est si vague... les penses de l'auteur sont si obscures et si peu lies, qu'au lieu d'un tableau il semble voir un voile obscur,  travers lequel passent quelques personnages semblables  des ombres rapides ou aux fantmes nbuleux des potes du Nord". Il sentimento era schietto e gagliardissimo nei primi lampi della creazione; e gi qui rilevammo quell'energia iniziale, la potenza indomita della prima, rapida, fulminea intuizione, quella forza magica del genio, che s'imponeva a Goethe, e che si rinnovava di tratto in tratto, ora a grandi, ora a brevi intermittenze, nel fervore maggiore della fantasia, colpito or dall'una or dall'altra visione o scena di vita. Una vivacit, un vigore e uno slancio, che pochi hanno sorpassato, ma che, per l'eccesso della tensione e la foga e l'irruenza, non mai contenute, dovevamo venir meno e consumarsi nel seguito della creazione, che infiacchisce e illanguidisce via via, non riuscendo a rinsaldarsi ed a condensarsi in un centro. L'Arnold notava la forza byroniana, la "wonderful power of vividly conceiving a single incident, a single situation; of throwing himself upon it, grasping it as if it were real and he saw and felt it, and of making us see and feel it too". Impaziente e indocile per seguire ogni svolgimento logico e graduato, solo ad alcuni frammenti dell'opera sua poteva dar vita intensa. E comprendiamo come da questi canti, staccati, con furore divino e diabolico, dal cuore del poeta, nell'ardenza maggiore, fossero colpiti altri poeti della cerchia sua pi intima; e si trovassero sublimi e apocalittiche alcune scene del "Caino" - ("all must fall prostrate before its grandeur", diceva il Moore; e lo Shelley: "it is a revelation not before communicated to man".
Pensiamo alla stanchezza che sorprende molti poeti della Spagna dopo il primo impeto della creazione, all'intensit di vita iniziale nel Calderon, che si perde via via, lasciando inaridito il cuore, oppresso dal gelo della riflessione. E freddo e gelido appare troppe volte il Byron, bench in cuore avesse tante tempeste, e lo accendessero fiamme vive, e vedesse scatenate intorno a s tante bufere, e ritraesse tanto strazio e dolore dell'anima. Con tanta e cos straordinaria forza, Lord Byron stanca pi che non stancassero gli antichi. Lo avvertiva il Leopardi, nella prima critica verace che s' fatta di questa stranissima poesia, per cui legioni di spiriti impazzirono; e notava come nuocessero all'arte la forza stessa, l'eccesso del sentimento. Le poesie byroniane lasciano freddi, "per la grande uniformit che vi si sente", nata "solo dal continuo eccesso in ogni cosa, dalla continua intensit, dal continuo risalto straordinario di ciascuna parte"; "troppo affatica gli animi, che ben tosto non possono pi tener dietro all'entusiasmo del poeta, come la vista presto si stanca dei colori tutti vivissimi, bench e belli e vari"; "il suo effetto  debole, cio poco intimo, e quindi poco durevole, bench possa esser fortissimo il primo tratto"; certo  "caldissima", ma di un "calore... non comunicabile;  nella massima parte un trattato oscurissimo di psicologia"; "quello che spetta al giuoco delle passioni, al cuore, all'espressione, alla pittura... dei caratteri e dei sentimenti degli uomini... pochissimo si comunica ai lettori, e veramente  poco fatto per comunicarsi agli animi altrui. E ci appunto perch esso pare, e forse , piuttosto dettato dall'immaginazione che dal sentimento e dal cuore"; "letto il Werther mi sono trovato caldissimo nella mia disperazione, letto Lord Byron freddissimo, e senza entusiasmo nessuno, molto meno consolazione".
La passione, ch'era sincera nel poeta, appare a noi artificiale e forzata; il sentimento, ch'era pur gagliardo, stemperato in sentimentalit. N ci meravigliamo delle contraddizioni nel vangelo estetico del poeta, come delle incongruenze bizzarrissime nell'opera vasta, continua, disciolta a brani e a frammenti; libera, sbrigliata e sfrenatissima da un lato, romantica e selvaggia, e, dall'altra, sommessa alle esigenze dei classici e precettisti pi rispettati. Ai romantici, Lord Byron parlava veramente il linguaggio pi forte e ardito; offriva lo specchio delle disarmonie pi cupe; voleva i contrasti pi fieri; grandi spazzi di luce, grandi ombre (la "mancanza di chiaroscuro" era pur rilevata dal Leopardi), ovunque secreti e misteri e abbattimenti paurosi; accumulava le scene di volutt, come le scene di orrore e di raccapriccio. Ricordate i cani che si maciullano i teschi degl'infelici caduti, nel Siege of Corinth ("The scalps were in the wild dog's maw, - The hair was tangled round his jaw"), l'ugolinomania che assale a tratti il disgustatissimo poeta, la lenta agonia del "Prisonner of Chillon" nell'orrenda oscurit del suo carcere. Apriva gli abissi nei cuori, senza curare mai di medicarne le ferite; s'abbandonava a tutti gli eccessi, a tutte le frenesie. E, tuttavia, questo spettacoloso ribelle, in preda agli eterni bollori, questo selvaggio, questo barbaro inchina i classici e i puristi, che esigono regola e misura; e, quando scrive il Sardanapalo, le tragedie veneziane ed altri brevi suoi drammi, ha l'aria di voler adagiare su di un letto classico la materia ardente che gli erompe dal cuore. Restringe queste sue scene entro le forme pi convenzionali; indulge alle famose unit; vuol rispettato il rigido sistema tragico, caro ai francesi, seguito dall'Alfieri negli asciutti e severissimi drammi, che imita, e chiama "dialoghi politici", eccettuata "Mirra" che lo commuove alle lagrime e gli d brividi e convulsioni. Per lo Shakespeare, venuto in voga ai suoi tempi, questa "divinit britannica", ostenta indifferenza, bench in molti particolari lo seguisse e l'imitasse, assai pi di quanto i critici e i "filologi" sin'ora avvertirono. E, mentre ha poca stima per il Burns, che pur tanto gli si avvicina, nei canti pi torbidi e sfrenati, si scaglia feroce contro chi osava toccare e accusare il suo Pope, scrittore perfettissimo, "il poeta morale di tutte le civilt", e, senza dubbio, col volger dei tempi, destinato ad essere sollevato alla dignit di "poeta nazionale dell'umanit".
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Era Lord Byron poeta contro ogni sua inclinazione naturale, come lui stesso avvertiva; e seguiva, febbrilmente, quest'attivit di poeta, spinto dai deliri dell'anima in pena. Gli esce talvolta dal petto un sospiro: "I was not born for philosophy" (Arnold, nel Deformed transformed); similmente, cogl'impeti e le passioni sue focose, gli parr di aver fatto ingiuria alla sacra Musa, di cui confessa di non riprodurre le riposte, intime voci, "not... their sweet voices". E, in verit, nato per l'espressione del dissidio e dello strazio, non pu accedere alle armonie supreme. Le onde musicali pi soavi, mosse da Dio nei cieli e sospinte alla terra, giungono a lui infrante e morte. La veemenza gli distrugge la grazia, la delicatezza e tenerezza. Muove un giorno lamento allo Schlegel, per l'accusa lanciata a Dante, ritenuto privo di "gentle feelings". - Francesca, Beatrice, la Pia, il Paradiso, ove tutto  amore! - "Why, there is gentleness in Dante beyond all gentleness, when he is tender". Come dovrebbe apparire rigido il Milton di fronte a Dante! Poteva vedere in lui stesso Lord Byron nelle fessure sue, aspre e selvagge, e scoprirvi appena, perduto, piegato, derelitto, tremante, qualche povero e tenero fiore. Nell'infuriare continuo delle procelle, qualche fugace istante di pace; la dolcezza di pochi versi, lanciati nell'ora in cui discendono le prime ombre, e suonan lontane le squille che pungevano il cuor di Dante - "seeming to weep the dying day's decay"; l'insolito mormorio d'una preghiera su labbra profane; nella profluvie delle rime, disciolte, facili e neglette, qualche verso robusto e solenne, che ancor trema entro di noi; altri, pochissimi, turgidi, come lama splendente - "minions of splendour shrinking from distress" -; qualche sentenza che ancor colpisce - "the tree of knowledge is not that of life" -; qualche viva pittura; le descrizioni che gi rilevammo, qualche immagine delicata; i piccoli episodi di vita di creature innocenti, lanciate alle tristezze e alle orgie di cupi conquistatori; pallide fanciulle, come Astarte - "there's bloom upon her cheek;... like the unnatural red - Which Autumn plants upon the perish'd leaf" -; Ada, che tenta invano di blandire le furie e le ire di Caino - "see how full of life, - Of strength, of bloom, of beauty, and of joy - How like to me - how like to thee, when gentle"... - Quasi sempre il verso  lanciato all'attimo fuggente; vanisce; i lidi dell'eterno lo disdegnano.
Mancandogli l'intima fiamma, Byron non ci tocca nell'intimit; non produce impressioni durevoli; e tramontarono rapidi gli splendori della sua bella immaginazione. Nessuna forza, nessun bisogno del cuore ci spinge a lui, come ci spinge allo Shelley, che, in coscienza, si riteneva assai minor poeta del suo burrascosissimo amico. Neppure ai tumulti delle anime nostre e ai dolori che ci esacerbano parla ormai, e getta il suo grido straziante. Che avvenne di noi, e come ci trasformammo?  traviato ora il nostro intendimento, e ci difetta quel senso che possedevano evidentemente gli avi nostri, capaci d'inebriarsi della poesia byroniana per una vita? Apparve Lord Byron al Goethe come suscitatore di sensi magnanimi - "Er ruft uns auf zum Edelsten zu wandern". - Il narcotico di quei versi, che agiva ancora sul Michelet ("Je l'ai dvor. Impossible de faire autre chose"), sorbito anche, a tratti, dal Bismarck stesso, ha perso ogni efficacia.
E pensiamo con malinconia stringente al consumarsi rapido di ogni gloria nostra pi fulgida, e al disperdersi ai venti dei tesori di poesia raccolti, che credemmo incorruttibili e eterni.  s poco il verde che dura sulla cima; e, come precipitano le schiatte, fuggono gli ideali nostri, gi e gi travolti nelle onde dei secoli, scorrenti ai lidi ignoti senza posa.
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FINE.
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NOTE.
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(1) Colui che ha sofferto guerra, tempesta o collera di donna, abbia egli diciotto od ottanta anni, ha acquistato un'esperienza certo assai rilevante.
(2) Guardami! c' una stirpe di mortali sulla terra, che invecchiano pur nella loro giovinezza, e muoiono nel vigor pieno degli anni, e non per violenza di morte, sul campo di battaglia.
(3) Qui il sofista che s stesso tortur, il selvaggio Rousseau, l'apostolo del dolore, colui che gett un incantesimo sulla passione, e dall'affanno strapp un'eloquenza affascinante, prima trasse quel respiro vitale che lo rese sciagurato...
(4) Avevo ribrezzo del languore del riposo. Ora nulla mi rimane da amare o da odiare; non pi inebbriato da speranza o da orgoglio, vorrei piuttosto essere la creatura che striscia, velenosa, sulle mura di un carcere, che passare i miei giorni tediosi e monotoni, condannato a meditare ed a contemplare.
(5) Le creature della mente non sono di creta; per loro essenza immortali, creano e moltiplicano in noi un raggio pi lucente e un'esistenza pi amata; quello che il Fato nega ad una vita piena di tedio, in questo nostro stato di mortale schiavit, per mezzo di questi spiriti confort i primi uomini nel loro esilio, e tiene quindi il luogo di ci che odiano.
(6) E come e perch non sappiamo, n possiamo rintracciare sino alla nube onde usc questo lampo della mente, ma sentiamo l'urto rinnovato, n possiamo cancellare il guasto e la nera rovina che dietro si lascia, la quale da cose famigliari, non premeditate, quando meno ce l'aspettiamo, rievoca allo sguardo gli spettri che nessun esorcismo pu avvincere, gli spettri freddi, mutati, forse morti, di coloro che piangemmo, che amammo, che perdemmo - troppi! e tuttavia quanto pochi!
(7) Met polvere, met divina essenza, parimente incapace di affondare o di librarsi a volo, colla nostra natura cos commista produciamo un conflitto de' suoi elementi, e spiriamo il soffio della bassezza e dell'orgoglio, lottando con vili bisogni ed un'eccelsa volont.
(8) Il suo piacere! che cosa  stato quest'alto piacere nei vapori della carne abbrucciacchiata e del sangue fumante, in paragone al dolore delle madri belanti, che ancor bramano le loro morte creature? o ai tormenti delle tristi ignare vittime sotto il tuo pio coltello?
(9) Sedere su rupi, meditare su fiumana e rocciosa piaggia, lentamente studiare le forme dell'oscura scena della foresta, dove dimorano le cose che non riconoscono il dominio dell'uomo, e piede umano non mai o raramente ve l'impresse; salire, a tutti celato, la montagna non segnata d'alcun sentiero, assieme al gregge selvatico che mai non cerca ovile; protendersi solingo su erte balze e spumeggianti cateratte; questo non  solitudine;  solo conversare colle grazie della Natura, e contemplare innanzi e noi spiegate le sue ricchezze.
(10) Azurre scorrono l'acque, azzurro il cielo si stende come un oceano sospeso in alto, pagliuzzato di queste isole di luce;... le onde sull'una e l'altra spiaggia giacevano calme, chiare ed azzurre come l'aria; e appena la loro spuma smuoveva i ciottoli, ma mormorava mite come il ruscello. I venti si facean guanciale delle onde...
 E ricordiamo ancora la notte tacita che involge il mare d'Egeo, uscito dai turbini, nel Corsair (III, 1):
 But, lo! from high Hymettus to the plain,
The queen of night asserts her silent reign.
No murky vapour, herald of the storm,
Hides her fair face, nor girds her glowing form;
With cornice glimmering as the moon-beams play,
There the white column greets her grateful ray.
And, bright around with quivering beams beset
...
Again the Aegean, heard no more afar.
Lulls his chafed breast from elemental war;
Again his waves in milder tints unfold
Their long array of supphire and of gold,
Mix'd with the shades of many a distant isle,
That frown - where gentler ocean sceems to smile...
 (...) Ma, ecco, dall'alto Imetto alla pianura, la regina della notte afferma il suo tacito impero. Nessun tenebroso vapore, araldo della tempesta, nasconde il suo ben viso, o cinge la sua figura lucente; sorreggendo l'architrave che brilla allo scherzare dei raggi della luna; l una bianca colonna saluta il suo grato raggio, e ricinta all'ingiro dello splendore di tremuli raggi...
 Di nuovo, il mare egeo, non pi udito di lontano, riposa il suo seno ferito dalla lotta degli elementi; e ancora le sue onde spiegano in pi miti colori la lunga schiera di zaffiro e d'oro, miste colle ombre di molte isole remote, che s'oscurano minacciose, dove l'oceano par sorridere pi soave.
(11) Nessuno pu odiare tanto, come io lo posso, ogni specie di contesa; e, tuttavia, tale  la mia stoltezza, o il mio destino, sempre urto il mio capo contro un angolo nel considerare il presente stato, o il passato o il futuro.
(12) Non voglio descrivere - se posso fare a meno; non voglio riflettere, se posso cacciar lungi da me ogni pensiero, che - come un lupicino s'appende al capezzolo - s'appiglia a me attraverso l'abisso di questo strano labirinto; o come l'alga s'appiccica alla roccia, o come il bacio d'un amante sugge il primo sorso delle labbra...
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FINE.
